Prose poetiche - Remil
Remil in una foto del 2000
Marmo di
Carrara
freddo
come il ghiaccio
sotto i
miei piedi di bambino.
Cieli aperti
come nubi
squarciate
da lampi.
La voce
di Dio in un tuono
che ferisce
le orecchie.
Il corridoio
immenso,
lungo, interminabile.
Il freddo
sotto i piedi
mentre
la pioggia assordante
vuole sfondare
il tetto della casa.
Le piccole
mani,
tenere
e bianche
come fiocchi
di neve,
si stringono
attorno
ad una
piccola croce sul petto.
In singhiozzi
una voce si muove
nel vento
dei miei pensieri.
- Mamma
-
Silenzio.
Di nuovo
la mia voce
ti chiama
in disperati tormenti.
Silenzio
ancora,
avvolgente
come i draghi
delle fiabe
che mi racconti
ogni giorno.
La stanza
da letto
illuminata
da lampi
m'appare
più grande.
L'ombra
del drago
selvaggiamente
sul corpo
di mia madre
in una
danza mortale.
Madre mia
chi ferisce
e tortura il tuo corpo?
Io
verrò
a salvarti.
Chiunque
tu sia
drago od
ombra della notte,
affonderò
le mie unghie
nel tuo
cuore
e lo mangerò
per pane.
PARCHEGGIANDO
Andate via,
non voglio
vedervi.
Mi costringete
in un cerchio
senza via
d'uscita.
Fastidiosi
come la noia,
ingombranti.
I miei
piedi
sono prigionieri
di freno
e frizione
mentre
tento di fuggire
da questa
città,
dal mondo.
Orme sulla
sabbia.
Camminando
deserti bagnati
riscopro
l'essenza ancestrale
della solitudine
Miraggi.
Un’oasi
di pace tra verdi palme
e gigantesche
onde di latta
che t'avvolgono
il corpo.
Il parcheggio
è mio!
Non provarci
nemmeno,
potrei
ucciderti.
Davanti
a me
il bicchiere
di champagne avanzato
con il
colore delle tue labbra
ancora
impresso.
Voglio
chiudere gli occhi
ed ascoltare
il rumore delle mie ossa
mentre
le mani spezzano
secchi
rami d'alberi
dimenticati
dalla ragione.
Silenzi
eterni
conservano
l’eco dei passi
lasciati
nella stanza.
Il sapore
dello champagne
dolce e
morbido
sulle mie
labbra morbide
che succhio
con lussuria.
D'improvviso
un maledetto ragno
al bordo
opposto del tavolo
mi fissa
il volto.
Maledetta!
Sei ancora
in questa stanza.
Perché
non ti nascondi
dietro
le montagne dei desideri
dove il
mio sguardo
non abbia
nemmeno il tempo
a vederti?
Ma io ti
vedo ancora
tra ciminiere
di metropoli
colorate
di nero
come le
vischiose zampe
di questo
ragno
che paralizza
la mia volontà.
I miei
occhi semichiusi
riescono
a percepire
l'orifizio
delle tue parole
da cui
filamenti
non si
fermano di tessere
la ragnatela
del vuoto.
Immobile,
senza respiro
mentre
il ragno dei tuoi incubi
mi fissa
lo sguardo.
Non ho
paura di te.
Vieni,
vieni
ti offrirò
da bere.
Minuti 15
per scegliere
un cd
Non voglio
sentire musica.
Minuti
20
per un
libro.
Minuti
corti
uguali
ai respiri d'un secondo
mentre
come un idiota
rimango
a guardare la biblioteca.
Non ho
voglia di leggere.
Minuti
25
per cercare
un film
degno d'essere
visto.
Tarkovskij.
Bergman.
Fassbinder.
Non voglio
frantumarmi
il cervello
proprio adesso.
0re 3 e
15 minuti
di tempo
perduto
nei meandri
del tempo,
accanto
ad un ricordo
che non
è mai esistito.
Paradisi
artificiali
ai poveri
di mente.
A me è
sufficiente
aprire
la finestra
e porgere
l'altra guancia
al vento
caldo
di questa
città calda
che m'offende
e m'insulta
con i brividi
d'un amore
che non
ho più.
Luce spenta
ed il mio
corpo
sdraiato
sul divano.
Il click
dell'accendino
dolce come
una sinfonia.
La sigaretta
al buio
può
fare più luce
d'un sole
malato
che illumina
un pianeta morente,
insignificante
come il
vagito d'un film attuale.
Ho il dono
di saper leggere
i movimenti
della sigaretta al buio.
Scrivo
il tuo nome
tenendo
la sigaretta stretta
tra l'indice
ed il pollice.
Nel cervello
parole d'acque eterne
che alimentano
fiumi e poi il mare
mentre
un oceano infinito
mi restituisce
la vita.
Un pensiero,
forse una storia
nasce nella
mia stanza.
Sono vicino
all'orgasmo.
Saper leggere
al buio
è
un dono divino.
Quale genio
ha scolpito
la tua
mente?
Scavalcare
la storia
dell'uomo
di secoli
a cavallo
di spazi siderali
mentre
Duncan
ancora
nel letto
geme.
Quante mani
tentano
di nettersi
ogni giorno
ed ogni notte
sin dall'inizio
del tempo
nella bolgia,
dei giochi
di potere.
Chi si
lavò le mani
per decretare
la morte di Dio
e dell'uomo
non ebbe
più pace
e tu potere
terreno
ovunque
uccida
le libertà
e il rispetto dell'uomo
non taciterai
mai
il sibilo
urlante del vento
quando
il vento fischia
paurosamente
nelle notti
di
tempesta,
trascinando
nella neve
le molecole
sparse
della tua
anima.
Lady,
Lady
puoi lavarti
le mani
quanto
vuoi.
Ora
domani
doman l'altro.
Partorita
da un genio perfetto
potrai
lavarti le mani all'infinito,
il grido
di Duncan
non ti
lascerà mai.
Un piatto
di spaghetti
ed una
bistecca.
Piccola
tovaglia bianca
come le
cime innevate
delle Dolomiti.
Ho bisogno
di spazi ampi
dove rotolare
il mio corpo
e sentire
le emozioni
di brividi
lisci e sensuali.
Al centro
il bicchiere
ed acqua
minerale,
a destra
una piccola mela.
Avverto
la presenza
di piantagioni
tropicali
ed ascolto
l'insistente caduta
della pioggia
tra verde fogliame
che si
muove al ritmo frenetico
delle mie
fantasie
Non ho fame.
Non ho
mai fame.
Un crampo
mi distrugge
mentre
un tepido
raggio
di sole invernale
mi ricorda
arcobaleni celesti
che riflettono
sorrisi mai avuti.
Bianchi
quadri rimasti
con i colori
già riversati
su tele
languenti
nello spazio
temporale
dei miei
pensieri.
Maniglie
d'ottone
brunite
dai sospiri
chiudono
porte di legno
che aprivano
appena
a spiragli
sotterranei
di penombra.
Sul lago
dorato
della tua
pelle
ali immense
di gabbiani
spostano
le acque infinite dei mari
dove immergo
detriti di pensieri
che mi
vessano il sonno.
La notte
per dormire
devo riempire
di vuoto la mia mente
per dimenticare
ogni cosa.
Cancellare
dalla memoria
l'insulto
del tuo richiamo
e la targa
sulla mia porta di casa
per non
avere più nome.
Meravigliata.
Assonnata.
Guardavi
il cielo.
Amavi la
sua luce,
la sua
promessa.
Era un
giorno nuovo
e volevi
fuggire.
Era il
tuo problema,
la tua
angoscia.
Il resto
del mondo
era molto
lontano
come il
ricordo
del primo
amore perduto.
Meraviglia!
La tua
voce al telefono
con il
giorno appena nato.
Andiamo
verso la luce
dicesti,
la luce
è vicino ai colli.
La radio
annunciava l'orribile morte
d'un poeta
vicino Roma
martoriato
da balordi di periferia
e quasi
certamente la nascita
di nuovi
focolai di guerra.
Io pensavo
alle Gitanes
dimenticate
nella macchina.
Non fumavo
sigarette francesi
e dovevo
scendere per gettarle via.
La mia stanza
sembrava
stringermi
il collo
e la casa
un mantice
che convergeva
sulla mia
coscienza.
Non potevo
resistere
con il
cuore che voleva
uscire
dal petto.
Ho preso
un maglione
i miei
jeans
e sono
uscito come un pazzo,
seminudo,
nella strada,
con il
freddo di novembre.
Quando
sei arrivata
mi hai
sorriso.
Ti ho sorriso
anch'io
e di corsa
siamo andati
via.
Un urlo
nella Tosca,
colpi di
cannone
e questo
è tutto.
Peccato,
Mahler
non hai
saputo aspettare
o forse
eri distratto
quando
si viveva d'arte.
Eppure le
tue sinfonie
mi giungono
al cuore,
mi torturano
sottilmente
il cervello.
Sento sulla
mia pelle
la musica
del tuo malessere
mentre
i pori si dilatano
per liberare
le tensioni livide
che arrugginiscono
e spezzano
l'essenza
della mia linfa.
Perché
non ti sei fermato ad otto?
Attendere
è sempre
come morire
quando
la mente
sbadiglia
nel silenzio
della
creazione
mancata.
Beethoven,
Bruckner,
Shubert,
Dvorak
nomi che
ti martellano
il cervello.
Nessuno
di loro
ha potuto
contare oltre.
Numeri
che sembrano
controllare
il destino dell'uomo
quando
il pensiero della morte
ti siede
vicino
e lo senti
respirare accanto.
E' stato
duro sopportare
la voce
della paura
che ti
sbiancava il volto
e la tua
penna si è posata
sul pentagramma
della nona,
alba d'un
decimo giorno
rimasto
incompiuto.
Onde sinusoidali
di caldo
sulla fronte,
parte del
viso
ed attorno
al collo.
Il sentiero
per giungere
a destinazione
è lontano
sempre
più lontano.
Un serpente
boa
forse un
cordone,
una catena,
ci tiene
uniti come schiavi.
Troppi
alberi avanti
non si
arriva mai.
Di liana
in liana
volo sopra
noci di cocco
che sembrano
così strane
viste dall'alto.
Il riflesso
di un lago
piove dal
cielo
come una
benedizione celeste.
M'immergo
a pugni chiusi
abbandonando
all'acqua
questo
corpo
così
sensibile
al respiro
del vento
alle carezze
d'amore
alla fame
al dolore.
Senza ragione
in una
posta centrale
un uomo
anziano
picchia
con violenza
il vetro
d'uno sportello chiuso
di colore
celeste
come il
riflesso d'un lago.
Poi s'accascia
al suolo
gridando
parole
di libertà
e vendetta
senza senso
alcuno.
Le fessure
della persiana
come mille
labbra infuocate.
La luce
richiama alla vita
l'energia
che vive nel corpo
pronto
ad esplodere.
Occhi che
s'incollano
ostinatamente
alle fessure
fino a
ferire le pupille.
Quel che
dopo resta impresso
è
l'immagine in negativo
che si
staglia
contro
la superficie pietosa
delle mie
palpebre
scese a
calmare il dolore.
Una gabbia
di fuoco,
una prigione
nero rossastra
sfocata,
la smorfia
di terrore
d’essere
eternamente prigioniero
di me stesso
sono l'insostenibile
sensazione
di non
poter uscire dal corpo
e liberarmi
nel vento.
Spinto alle
spalle,
anche di
fianco,
la gente
non ha pietà di me.
Un semaforo
rosso mi ferma.
Non posso
camminare,
è
vietato.
Finalmente
una chiesa aperta
nella periferia
urbana
dimenticata
da tutti.
E' l'ora
del vespro.
Misuro
attentamente
Il rumore
lento e rispettoso
dei miei
passi come
colpi di
cannone ovattati.
Vorrei
volare per non ascoltarmi.
Sciami
d'api
gli sguardi
della gente
che mi
ronzano addosso.
Tutti guardano
me.
E' un’insopportabile
sensazione
d'avere
gli occhi degli altri
puntati
addosso.
E se una
bestemmia
dovesse
uscire dalla mia bocca?
Proprio
qui,
in chiesa.
E' un pensiero
che tortura il cervello,
un grido
terrificante
che viene
da dentro.
e non puoi
contenerlo.
Il terrore,
la paura
di farlo davvero.
Tra il
sudore della fronte
e quello
delle mani,
mentre
il corpo
appena
si sostiene
appoggiato
ad un dolore
che non
conosce fine,
spingi
la tua mente fuori
con tutta
la forza che hai
a raggiunger
la purezza
dei tuoi
sentimenti più belli.
Due mani
piagate
ti spiegano
la sofferenza dell'uomo
e nel tuo
cuore
timida
una preghiera
di ringraziamento
nasce.
Eri libera,
ma ero
libero anch'io.
In un night
tutti insieme
gli amici
di sempre
per dimenticare
le frustrazioni
del giorno
ballando
come idioti
sino al
mattino.
Lo guardavo
mentre
ti parlava.
Brutto,
con l'alito
di birra,
schifoso
come un verme
che puoi
schiacciare.
Ti baciava
il collo
ed io ti
sorridevo
d'un sorriso
largo,
più
profondo d'uno specchio
quando
riflette se stesso.
Ti parlava
con le
sue labbra
quasi a
toccar le tue.
Vedevo
i suoi denti gialli
e provavo
pena per te.
Non valeva
nemmeno
un’unghia
dei mie piedi,
ed ho preso
il coltello dal tavolo
e gli ho
tagliato la gola.
Il mio
sorriso
accecante
come un raggio di sole
nei tuoi
occhi
ti abbagliava
la vista
mentre
ti colpivo il petto
senza pietà
alcuna.
Quando vi
siete seduti
seguitavo
a sorriderti.
Avrò
sempre un sorriso per te
dolce amor
mio.
La luce
penetra i miei occhi,
come la
spada fulgente
di Sigfrido
le forze del male.
Lui ottenne
invulnerabile il suo corpo
meno una
foglia di pelle
sulla parte
umana del suo tessuto.
Cercherò
io gloria o
solo tempo
perduto?
Percorrerò
a
ritroso
il cammino
del tempo
che oggi
mi chiude le porte
dei desideri.
Non voglio
uscire.
Il sole
mi piaga.
La febbre
che ho dentro
mi piega
mentre
il ricordo di quel
bacio mancato
ancora
mi brucia.
Buonanotte
Marcel
senza bacio
di mamma
e ripercorro
le scale
con lo
stesso timore
dell'affetto
mancato.
Il tempo
che passa per creare
questo
monumento immortale,
infinito
come le voci della mia anima
che ne
tracciano persino i secondi,
nessuno
lo conoscerà:
vivrà
nel perenne ricordo
della mia
ricerca
e mai piu'
sara' perduto.
Odore di
benzina,
la mia
tuta.
Due pulsanti
rossi
come gli
occhi di un demone
su di me.
Cammino
su sabbie mobili
che richiamano
la morbidezza
del mio letto.
Le mie
mani s'aggrappano agli angoli
d'uno spazio
che non sento mio.
Devo premere
quei dannati pulsanti,
devo dar
vita alle macchine
mentre
la mia vita si consuma
in battiti
di cuore
lenti e
pesanti
come i
passi delle mie scarpe.
Posso contarli
come conto
il tempo
che mi
resta a vivere.
Non voglio
morire ora.
D'improvviso
un colpo sulla spalla,
un saluto
amico,
un buongiorno
inaspettato
mentre
ombre di fumo nero
m'annerivano
la vista.
Che felicità
sentir
di nuovo il fresco del mattino,
le vita
nel mio corpo
nelle dita
dei miei piedi,
nelle dita
delle mie mani
che ora
premono due pulsanti rossi.
L'officina
sud prende vita
ed io con
lei.
Piangi,
urla finché
vuoi.
C'è
chi si alzerà per me.
Non esisto
più per te.
Da quando
c'è lui
sono come
morto.
Potrei
anche andar via ora
non te
ne accorgeresti.
Vivi solo
per lui
ogni attimo
ogni fottuto
secondo
di cui
è fatto il giorno.
Come faccio
a non amare
mio figlio?
Perché
lo odio così tanto?
Ha i miei
stessi occhi
e la forma
del tuo viso.
Guardo
lo spigolo
ad angolo
retto
della finestra
che da' sul cortile,
intensamente.
Per quale
orrendo mistero
si frantuma
la mia anima?
Da domani
mi prenderò
cura di lui
come fai
tu
ma stasera
lasciami morire qui,
fammi annegare
in questo
piatto di minestra fredda.
Non amo
essere bello
miei cari
genitori.
Non voglio
piacere
a nessuno.
All’ipocrisia
preferisco
i miei calci
e i miei
sputi.
Mi piace
esporre
il culo
nudo
nel mio
quartiere.
Mi piace
vedere la gente
che finge
di non vedermi.
La follia
mette paura.
Se alzo
una mano
per salutare
la gente
fugge.
Quale potenza
nelle mie
dita tese.
Nemmeno
il saluto romano
v'intimoriva
così tanto
eppure
l'avete fatto
poi l'avete
scordato
ed ora
lo fate di nuovo
sotto altre
forme
e sotto
altre bandiere.
Mi divertite.
Mi piace
uscire così come sono
senza fazzoletto
e senza
cravatta.
Gentile
signora
la spaventa
un uomo in mutande?
Scommetto
ne ha visti
molti di
più senza.
Mi dispiace
del vostro orrore
miei cari
genitori
ma voglio
essere libero
di consegnarmi
alla morte
con le
mie mani
piuttosto
che vivere
nell’annientamento
delle vostre
leggi immorali.
VINO VECCHIO
Amo il colore
biondo
di questo
buon vino
sincero
ed amico
come nessuno.
Ondeggiare
il bicchiere
è
come avere il mare
tra le
mani
così
limpido e chiaro
da poterne
vedere il fondo.
Si fa luce
nei miei pensieri
ed un profumo
inebriante
sale alle
mie narici che si liberano
e danno
spazio ai miei respiri
afoni e
pesanti.
La città
di notte
mi fa sentire
più vecchio.
Ho sempre
l'impressione
che qualcuno
mi segua.
Gli istinti
peggiori
di notte
si svegliano
ed irrompono
nelle tenebre
d'anime
distrutte e spezzate.
Perché
vuoi alzare la mano
contro
un vecchio che odora di vino?
Tu sei
più solo e più ubriaco di me.
Sei così
giovane e malato
e la voce
che ascolti
è
più malata della mia.
Sono i
miei soldi che vuoi?
Prendili
ma non
uccidermi,
è
per te che lo dico,
non per
me.
LETTERA D'AMORE
Mia cara...
no, oggi
non riesco a scrivere.
Qualcosa
non va.
Ah... ecco,
ci sono
alcune penne
fuori posto
ed un cleenex
del giorno prima
lasciato
sopra i miei appunti.
Ricominciamo.
Non mi
sento bene.
Sono ansioso.
Cos'altro
non va ancora?
La cornice
della tua foto.
E' spostata
e disturba
il mio
sguardo.
Anche il
tavolo mi sembra storto.
Mi alzo
e lo guardo attentamente.
Come il
raggio d'un laser
la mie
pupille
fissano
con estrema precisione
la gamba
del tavolo
che non
cade esattamente
al centro
della mattonella.
Devo averlo
spostato.
Il disordine
esterno
m'infastidisce
e riflette
i suoi lamenti
all'interno
di me stesso.
Ecco,
finalmente
tutto è in ordine,
esatto
e preciso
come una
foto di famiglia.
Mi sento
appagato,
ora posso
scriverti.
Troppo tempo
in drogheria.
Prendere
pane ed acqua
non richiede
molto.
Perché
di sera?
Di sabato?
Sento le
vene alle tempie
che si
gonfiano
e il fuoco
della rabbia
corrodermi
dentro.
Vorrei
vederti con i miei occhi.
Lo so,
lo so con
certezza
che ti
stai dando a lui.
Ad un droghiere!
Vedo le
sue mani
accarezzarti
il corpo
e la mia
ira
come una
furia incontenibile
vorrebbe
scavalcare
tutte le
montagne della terra
ed attraversare
tutti i mari e fiumi.
Ah donna
infame,
dovrai
tornare!
Le mani
mie son pronte.
Non permetterò
alla tua bocca
di mentire.
Devo salvare
la tua anima
dal peccato.
Sono qui
alla porta
ad attenderti.
Oh il tuo
viso innocente
ed il tuo
sguardo pulito
sono come
una lama rovente
nelle ferite
aperte,
le più
profonde della mia mente.
Zitta.
Taci.
Non mentirmi.
E muori!
SAINT-REMY
Lasciami
qui infermiere.
Il rumore
del vento
e le urla
del cielo
basteranno.
Cirri azzurri
e cerchi di fuoco,
voglio
vedere il colore
schizzare
sulla tela
come il
sangue è schizzato
dal mio
orecchio.
Paul,
Paul
perché
mi hai abbandonato?
Mi farò
un ritratto
con l'orecchio
fasciato
per non
sentire più
l'urlo
di dolore
esasperato
dai miei sensi
che ne
amplificano,
oltre il
tollerabile,
il mio
umano sensibile.
Altre tele
infermiere,
altri colori,
presto,
l'arte
mi esplode nelle viscere,
non la
posso contenere,
è
un'energia che vuole
straripare
oltre gli argini
delle mie
ossa,
una furia
che ossessiona
le mie mani vibranti
attorno
ai colori
che hanno
lo stesso sapore
della mia
morte.
Solo come
sempre
nel deserto
della mia casa.
Di notte
puoi sentire
il vento
e la solitudine
spietata
fischiarti
nelle orecchie.
Tempeste
di sabbia
e mani
indecise
che coprono
tormentati
occhi
da granelli
infiniti
di minuscola
rena.
Come una
carezza d'amore
il sogno
d'un miraggio
nel bianco
colore d'un telefono.
Il bisogno
d'una voce umana
per coprire
le orrende voci
di silenzi
sovrapposti
che sibilano
violenti
da ogni
mobile,
da ogni
angolo della mia casa.
Il cuore
impazzito mi batte nella gola
mentre
tremante
compongo
il numero
della speranza
con la
cornetta
d'un telefono
bianco
stretta
come un
giglio d'amore
nella mano
sinistra.
Dormi mia
piccola.
Abbracciato
a te
aspetterò
che il sonno
porti via
le lacrime
dai tuoi
occhietti arrossati.
Quante
lacrime
per una
bambolina macchiata.
Non temere,
papà
avrà sempre
una bambolina
per te.
Domani,
quando
il sole avrà
quel colore
che ami tanto
e vedrò
le tue braccine
corrermi
incontro
avrai una
nuova bambolina
molto più
bella di questa,
più
bella del colore del tramonto,
più
bella della fata turchina
ma non
sarà mai bella come te
mia piccina.
Oh una
lacrima ancora!
Togliamola
insieme
ed il tuo
sguardo
tornerà
a brillare
come le
stelle dei cieli
del tuo
mondo incantato.
Sì,
la mamma
dorme ora.
Non temere
aspetterò,
aspetterò
che t'addormenti.
L'ultima
lettera
è
sempre la più difficile
da scrivere.
Non viene
dal cuore
né
dalla ragione.
C'è
un foglio bianco
ed un nome
appena accennato
e la tua
penna
che tremole
mani
appena
reggono.
I tuoi
occhi cercano
motivi
e ragioni nell'assenza
del significato
delle cose.
E' una
voce che prende origine
dal tuo
stomaco,
fisicamente,
come una
parte di te
lancinante
e dolorosa.
Potresti
toccarla fino
a percepire
l'essenza fisica
dei tormenti
del pensiero.
La penna
cade
sul foglio
bianco.
mentre
in una sola parola
l'ultima
lettera della tua vita,
la più
breve,
è
stata scritta.
IL PUNTINO
VERDE
Cifre verdi
segnano
i minuti che passano.
Un puntino
intermittente
vive lo
stesso ritmo del cuore.
Il soffitto
bianco
riflette
il tenue colore
che scalda
le pareti della camera.
Nella sicurezza
del caldo
delle coperte
Il freddo
della vita si placa.
D'improvviso,
la radiosveglia
smette di vivere
e la stanza
piomba nel buio.
E' un attimo
quasi impercettibile
e il tempo
per capire che l'oscurità
è
l'unica cosa che ho attorno
è
ancora più breve.
Un inspiegabile
senso di vuoto
avvolge
il corpo.
Il cuore
non ha più
il puntino
di riferimento
e batte
i ritmi della paura.
E' il bisogno
della luce,
forse la
luce della vita.
Ad occhi
chiusi,
per nascondere
il buio alla vista,
indovino
l'accendino nel cassetto.
Una candela
mi restituisce
la vita.
Strano,
ma un puntino
verde
anche il
più piccolo,
come la
fiammella della speranza,
può
farti sentire vivo
come il
calore
d'una parola
d'amore.
Rumori di
passi incontrollati.
Suole di
scarpe
accompagnate
da movimenti.
Scarpe
nere,
finalmente
un
vecchio
modello
con i lacci.
Aspetto
con ansia un
paio di
scarpe rosse.
Colori nella
mia mente
che si
spostano e seguono
il ritmo
d'una vita lontana.
La vista
d'una grata
sotto i
miei occhi
attira
il mio sguardo.
Il tempo
di un lampo
e tutti
i segmenti di ferro
soni stati
sommati.
Trentotto
come la febbre
che mi
divora.
Con la
punta del piede
li tocco
meticolosamente.
uno dopo
l'altro.
Non ne
devo saltare nessuno.
E' un lungo
lavoro di pazienza,
se sbaglio
dovrò ricomnciare.
Questa notte
proverò
a contare i minuti,
che mi
restano a vivere
cosciente
di non poter
tornare
indietro:
la vita
e la morte,
per me,
sono la
somma algebrica del nulla
In una sala
d'attesa
d'un ospedale
una giovane
donna
guarda
i contorni
d'una finestra.
Seduta
ed immobile
con lo
sguardo fiso
forse appena
sospeso
su indefinibili
moti del tempo.
Capelli
biondi
e due perle
negli occhi,
uno sguardo
che sgomenta
tanto lontano
appare.
Su quali
pianeti
di quali
mondi
vai posando
i tuoi respiri
della stessa
aria
che pur
io respiro.
Il tuo
sguardo m'uccide
nella sofferenza
della mia anima
che vorrebbe
aiutarti.
Vorrei toccarti
i capelli,
chiederti
cosa vedi,
ma non
puoi sentirmi.
Non sapevo
fosse peccato
eppure
mi nascondevo ugualmente.
Giocavo
soltanto
nel mistero
d'un mondo
più
grande di me.
Anche un
frutto nuovo
era una
meraviglia.
Nessuno
mi rimproverava
per questo
e timidamente
portavo
il frutto alla bocca
per scoprirne
il gusto.
Non sapevo
fosse peccato,
Chiedo
perdono.
Non volevo
uccidere il Signore,
Sono pentito.
Non voglio
che la Madonna pianga per me.
Non lo
toccherò più, padre, prometto.
Solo per
far pipì.
Dirò
tutte le sette Ave Maria
ed un Pater
Noster.
Ecco il
mio Atto Di Dolore.
Con il terrore
nell'anima
ho aperto
la sacca del silenzio
e v'ho
messo
le mie
pene a tacere.
Le lacrime
cadevano
a rigarmi il viso
mentre
con le mani
le asciugavo
un poco.
Ho imparato
a mettere tutto
nella sacca
del silenzio
con l'illusione
di non
sentirne più la voce.
SINFONIA
N.6 OP. 74
Nota su
nota
scivolano
via
le infinite
melodie
della mia
sofferenza
vissuta
come musica.
E come
musica
vorrò
che la mia voce
venga ascoltata.
Chi mai
potrà conoscere
la segreta
gioia
che nel
mistero d'un dolore
fatto allegria
dona te
come figlia
a me che
padre
non ho
potuto essere.
E t'ho
così amata
che ti
lascio al mondo
e mai godrò