GUTTA CAVAT e' lieta di presentare:
" POESIE DELLA VITA"
-
RENO BROMURO
L'étang des soeurs,Osny
- P. CEZANNE 1839-1890
POESIE DELLA VITA
| PREFAZIONE - MARIO DI BITONTO |
Poesie della Vita
(OCCHI CHE NON CAPIVANO)
VINCENZO URSINI EDITORE Catanzaro
OCCHI CHE NON CAPIVANO
«PRIMO PREMIO CITTA' DI
ROMA» 1975
«SECONDO PREMIO “VILLA
ALESSANDRA”» 1976
«PRIMO PREMIO IL PAVIGLIONE»
1980
PREFAZIONE
di Mario Dibitonto
Vi è sempre, in ogni poeta, in modo più o meno latente un intento ideologico-didascalico o idealistico-liberatorio: si tratta - a ben vedere - di una eredità inconscia o talora consapevole che assorbe le origini della nostra poesia, sintesi certa del mondo greco e della latinità. Reno Bromuro non fa certo eccezione e in tutta la sua produzione poetica si è manifestata sempre l'affermazione dello ethos e della gnome non arte moralisticamente ma sicuramente come esperienza umana al servizio degli altri; da uomo a uomo vivo tra gli uomini, cittadino del mondo, figlio dell'Amore, Reno ha saputo destare nel lettore valori solitamente oggi sopiti ed obsoleti. Per altro il Nostro, nella realtà in cui si è sempre mosso, ha saputo . travalicare i chiusi limiti dell'esperienza individuale e quotidiana per indagare ben oltre, in un viaggio fantastico attraverso gli immensi silenzi del cosmo per avvicinarsi alla divina luce del tutto di cui egli, Bromuro, ha saputo cogliere il senso dell'Eterno, della Fratellanza, della Pace, dell'Amore. Reale ed ideale si fondono cosi in questa poesia che, pur nutrendosi del contesto storico del presente, può dirsi acronica, ascrivibile ad ogni età, coglibile sempre da chi non ha dimenticato la lacrima o il sorriso. In questa stupenda raccolta, Bromuro ricupera un passato denso di emozioni, ricco di palpiti, pregno di sensazioni, percorso sovente da brividi oscuri; non è poesia della memoria, non è autobiografismo romantico, tantomeno decadente crepuscolarismo; non è calligrafismo puro tanto meno spontaneismo naïf.
Si tratta, invece, di una indagine psicologica, di uno scandaglio interiore di un viaggio non dal presente nel passato ma dell'attualizzazione di questo in quello. E' l'infanzia del poeta che parla con il poeta e per lui: noi, gli altri, possiamo ascoltare e rivedere, in questo dialogo conoscitivo, la ragione che da spiegazione ai sentimenti ed insieme questi che salvano quella da una fusione di tipo squisitamente psicoanalitico. Ed ecco il primo giorno di scuola, Suor Anna, i balilla, Angela, il primo sguardo, la prima punizione, il regime, la guerra ... la morte. Insomma, storia dell'uomo come storia degli uomini, l'infanzia di tutta una generazione che vive la guerra per amare la pace. E nel crudo realismo di certi passaggi, nell'orrore di alcuni momenti, avverti quasi l'epopea dei poveri, dei miseri, dei diseredati, quasi una nuova folla di evangelici straccioni ai quali un Cristo intravisto nei dolori e negli stenti ancora una volta moltiplica i pani ed i pesci. Verso dopo verso si dipana e cresce questa infanzia di adulto che creerà un adulto bambino: è un epos consacrato da eroi quotidiani, le loro storie sono Miti. Troia è ancora la guerra, ^Omerico cavallo le illusioni tradite. Ma l'uomo cresce, il bimbo non muore, la verità è sofferta, dolorosa fatica. E il poeta alla fine può dire:
Guardo a Oriente nel giorno che nasce scruto...
Bramo orme venire all'approdo speranza di vita.
Ma questo scrutare, questa immensa operazione di una ragione che tale vuoi essere e non intelletto puro conduce il Nostro ad una domanda: «DOVE VAI, UOMO?»
Il bimbo di Paduli oggi bimbo più che mai ancora grandi occhi e grande cuore: avverte l'illusoria idea del progresso, avverte la crisi dell'uomo, sa vedere i boschi di ciminiere, i prati di siringhe i mari di petrolio, le nubi di smog, il sole che muore.
Conosce bene, quel bimbo di Paduli la voce del mitra, il rombo del cannone, la devastazione delle bombe. Sa dunque intuire i nuovi tiranni, i nuovi slogans, le nuove assurde profezie ...
L'ansia di pace nutre questo pessimismo di stampo più lucreziano che non leopardiano; l'amore per la natura, per il mondo nutrono la speranza di fronte alla nuova età oscura ...
Reno Bromuro, uomo del sud ha incontrato ad Eboli il suo fratello: spezza con lui il pane dell'Amore e se ne nutre: ritrova dunque la forza per andare, per vivere nonostante tutto, per camminare insieme agli altri lungo i sentieri di sassi e di rovi dove: Non parla l'umana giustizia al povero cuore che sanguina il mio
che è fatto a spicchi per voi.
E la strada del poeta, di ogni poeta è lunga e senza fine, conduce all'Infinito, nutrita sempre di ansia e di dolore, un: Dolore che consuma per vederti sorridere.
Mario Di Bitonto
OCCHI CHE NON CAPIVANO
«un triste sorriso
sulle tue labbra esangui
aleggiò
e fu il silenzio».
PREFAZIONE
Alla 1° Edizione
Gli istanti fotografati dalla mente del fanciullo, le impressioni e i sentimenti non compresi, ma fortemente sentiti e rimasti nell'anima indelebilmente, ci hanno dato una poesia in cui l'autobiografismo si liricizza in immagini saporose d'infanzia, raggiungendo il connubio fra materia vissuta e materia contemplata.
L'esperienza, o meglio la percezione di determinati momenti lirico-impressionistici, rende la poesia, e per essa l'uomo- poeta, un fatto nostro, rievocativo di universali situazioni umane.
Il verso moderno nella concatenazione e nella metrica, per un fatto spontaneo in apparenza istintivo, è adeguazione formale al grumo sentimentale irrinunciabilmente romantico, ma germe reale e fantastico di poesia antiscolastica.
L'autenticità del sentire ed il momento veritiero si realizzano felicemente in una forma immediata, necessaria conseguenza ritmo- biologica di un bisogno avvertito ed espresso.
Nella lirica «L'inesorabile» un dolore vibrante e filtrato in forma essenziale si svolge nelle parole e nelle immagini, inarrestabile come il male causa e soggetto della poesia:
...dopo sorridesti ancora/ma era
sempre silenzio».... Autobiografia, descrizione talora potente, commozione
autentica sono le componenti di questi versi, pregni di neo-realismo-penso
a Brecht - ma ugualmente di volontà redenta e trasfiguratrice.
PRESENTAZIONE
della 1° Edizione
In linea generale possiamo dire che la poesia è vita. Poesia è vita ed è, in questa, ricerca del trascendente, dell'universale. Ecco perché secondo me, cadono i ragionamenti faziosi di coloro che si domandano se in questo mondo, in questa civiltà, la poesia ha ancora diritto di cittadinanza. La poesia non avrà più diritto di cittadinanza quando la vita, nel senso proprio, con la «V» maiuscola, non avrà più diritto di cittadinanza. Questo è il mio pensiero e più o meno credo sia anche il vostro. Questa vita si rigenera però attraverso i secoli e la descrizione della vita deve adeguarsi a delimitate situazioni. Sono stato, purtroppo (per mia disgrazia ho perso un sacco di tempo), presidente di una Commissione che doveva giudicare poesie. Di queste le più moderne potevano essere collocate al livello della civiltà di Gabriello Chiabrera; per tali poeti non è successo nulla nell'800, non è accaduto niente nel 900. Non c'è stata la bomba atomica, non ci sono state due guerre mondiali; quelli vedono ancora il fiorellino che esile si reclina sul suo gambo e la cosa mette in essi tanta malinconia. Evidentemente, forse, i primi nemici della poesia sono i poeti, o meglio «gli scrivitori di poesie».
Questo non è il caso di Reno Bromuro, come vedremo fra poco. Quindi ribadisco: esiste una necessità della poesia anche nell'era tecnologica. Ma quale poesia? Una poesia che si contrapponga giustappunto a quelle che sono le caratteristiche negative dell'era tecnologica, all'integrazione eccessiva dell'uomo entro strutture che egli non ha creato, che si trovano li, che l'efficienza o la viscosità sociale creano e mantengono. La poesia è quanto di più inefficiente vi sia; basti pensare che i poeti scrivono i libri di poesia e poi ci mettono i soldi di tasca loro, eppure sono contenti di fare cosi. Non è che sia una scelta, ma essi accettano anche questa situazione. Dunque, il punto difficile per la poesia oggi è quello di aggiornare gli altri e di aggiornarsi sotto il profilo formale e semantico. Abbiamo la disgrazia, in Italia, di aver avuto dei grandissimi poeti. Dico disgrazia perché a un certo punto il grandissimo fa un poco il vuoto intorno, costringe anche i critici a valutare gli altri, secondo il metro di costoro e quindi chi scrive a cercare di adeguarsi. E' la vecchia teoria delle scuole. Inoltre noi abbiamo avuto dei poeti della forza di Ungaretti e Montale che hanno fatto molto vuoto intorno a sé. Voi direte, perché Ungaretti e Montale? Perché l'ermetismo di Ungaretti e lo stile particolarissimo di Montale sono proprio quelli che sono più difficili da superare. Forse Ì nostri poeti in erba non guardano abbastanza Cardarelli, Pavese e Pasolini, i quali secondo il mio modestissimo punto di vista sono, fra gli italiani, quelli che hanno saputo di più calarsi nella realtà di oggi, in quello che è veramente la poesia di «oggi». Il difficile per tutti è il riuscire a salvaguardare il senso poetico della vita e delle cose, che non è per niente intrinseco. La rosa di per sé non è poetica, siamo noi che la facciamo poetica in quanto ha dei bei colori e inoltre, sfiorisce in un giorno, per cui i poeti, a partire addirittura dai romani, ma in particolare con Ronsard che ha amato descrivere la rosa, hanno creato l'archetipo della rosa. Per chi è venuto dopo, la rosa è diventata automaticamente una cosa straordinariamente poetica. Se ci pensiamo però, può essere altrettanto poetico il traliccio dell'alta tensione: si tratta di saperci mettere la carica poetica.
Il nostro amico Reno Bromuro è una persona che ha saputo, in certo senso mettere la poesia nel traliccio dell'alta tensione. Mi pare che mi guardate sbalorditi. No, non è che egli abbia messo nulla nel traliccio dell'alta tensione: sono io che considero questo manufatto metallico semplicemente come una possibile simbolizzazione del mondo d'oggi. Non mi piace chiacchierare molto, amo il concreto e allora, pur consapevole che qualcuno leggerà meglio di me l'opera di Bromuro, desidero offrirvi un primo impatto con essa. Del resto, quando si paria di poesie, o si ha il libro in mano, o bisogna sentirle dire due volte. Secondo me, questa breve poesia che vi leggerò adesso, dal titolo «Nostalgia» riassume questo rapido e lontano viaggio nel passato che Reno Bromuro fa in questo libro. D'altra parte credo che non a caso essa sia collocata al penultimo posto: «Nostalgia»: Cantore notturno//che mi porti le note //'di un antico verso//in questa notte di nostalgia//non cantare quel verso //. Devo tornare? Ritornerò//. Decisamente si riscontrano piuttosto influenze di ermetismo, però le altre composizioni sono di genere del tutto diverso. Mi ha giurato l'amico poeta, sui suoi numerosi figli, che queste poesie, poi sono veramente dell'epoca a cui si riferiscono, cioè sono poesie giovanili a cui ha voluto lasciare le asprezze, a cui non ha voluto togliere talune forme d'ingenuità, in cui ha voluto addirittura rimanessero degli errori di sintassi e un paio di errori d'ortografia. D'altra parte tutto ciò e messo sulla penna, di un ragazzo di otto, nove, dieci anni (adesso vedremo anche questo) e si giustifica pienamente. Questa forma sinceramente naïf è quello che mi ha notare come l'individuo Reno cresca, e lui stesso se ne accorga; a pag. 9 dopo un certo numero di poesie, (voglio leggere con le sue parole) «avevo otto anni due mesi// e venticinque giorni: ieri»//. Questo è una pietra miliare per quello che si è detto prima: più avanti: «avevo undici anni un mese e dieci giorni// ieri».
Non abbiamo motivo di non credere che quello che ci dice il poeta non sia vero, cioè che queste poesie non siano state scritte li per li. «Ho tredici anni // 5 mesi e ventun giorni//.
Si potrebbe a lungo studiare questa poesia appunto per la sua genuinità, la sua sincerità, la sua sprovvedutezza, nel senso buono, e cioè non ci sono lenocini, non ci sono trucchi, non ci sono cose per fare bella figura. Guardate, vi voglio leggere - certamente sarà fra quelle che si leggeranno: «Un correre».
Notate, vi ho detto che la figura del nonno è una figura nobilissima - è colui che risolve tutti Ì problemi, è colui che è un poco la divinità del libro - però vi farò notare adesso come a un certo punto anche la divinità si spoglia di fronte a qualcosa di più grande: «Un correre». «Un correre, un bisbiglio frettoloso ^Nell'alba radiosa è primavera// il nonno, giacca in bocca// scarpe slacciate corre per le scale//si abbottona la patta dei calzoni//. E' ritornato! - dice - E' ritornato! // il cuccioletto è ritornato a casa!»// Non c'è molto da commentare, queste sono poesie che si commentano da sole. Quello che si nota in Reno Bromuro è... pure in tenera età, la sua facoltà di costruire strutture verbali e sintattiche molto personali, direi straordinarie; vedete a un certo punto, pagina 20, in un elemento di una composizione più grande questa serie di parole che sono collegate in un modo ben strano fra di loro e che pure ci dicono moltissimo. Si parla di un marinaio, cioè di un abitante del paese, imbarcatesi sul «Giulio Cesare», destinato quindi a una tragica fine: «Sua vita le lagrime della madre//Su mani callose abituate// al rastrello// erba cattiva estirpare//sano frumento non suo». Come potete notare, con divisioni successive qui ci sono 4 o 5 periodi accavallati eppure si intende e si penetra benissimo quello che il poeta vuoi dire. Sempre considerando questo complesso di poesie come una sagra della gioventù o meglio della fanciullezza, in un periodo di tormenti e di dolori per tutti, può essere anche interessante notare come è preparato e probabilmente non se ne è accorto appieno chi l'ha scritto, il ritomo del padre. Ricordiamo che il padre è stato lontano per tutto il periodo della guerra. Il padre mi permetto di sottolinearlo, ritorna a pagina 22. Però a pagina 18 cominciamo ad avere dei prodromi: «Fuori il balcone//il pesco piantato da mio padre//comincia a perdere le foglie// e reduci, a carovane
//'passano per Paduli//. Si vede questo cataclisma che passa li accanto: «i reduci» a carovane, non a reparti, non a gruppi: a carovane. La poesia che segue canta un altro reduce, morto sotto una galleria. Voi sapete - è capitato in quel periodo - che, per il carbone (che era più zolfo che carbone), se un treno doveva per avventura fermarsi sotto una galleria, i casi di asfissia potevano essere numerosi. Quindi nel caso considerato abbiamo che la gloria coincide con una morte oscura, una morte forse sciocca, certo inutile, che solo il ricordo dei cari nobilita. In un'altra composizione, abbiamo il reduce, decorato ma che muore di fame. Ovviamente qui il nostro ragazzo-poeta si pone il problema e si domanda: quando ritornerà mio padre quale di queste strade farà? Mi arriverà vivo, cioè in condizione di essere un uomo, oppure finirà come è finito questo o quello e quest'altro? E' una tematica certamente nuova e molto interessante: II poeta inconsciamente, desidera e pure teme ed aspetta; attende il ritorno del padre, ha paura però che questo ritorno possa risolversi in una tragedia, o almeno in una delusione che invece di rappresentare una specie di catarsi familiare davanti al paese teatro pronto al consenso, in un interesse corale, diventi invece solamente dolore sventura personale e segreta. Sono arrivato al termine di queste poche cose che vi volevo dire ritengo però, in modo sommesso e seguendo il filo indicato dall'autore di avere cercato di spiegarvi che cosa è il libro. Se ci sia riuscito o no, sta a voi dirlo la prossima volta che ci vedremo, dopo che il libro stesso, ve lo sarete letto. Ringrazio il poeta per questa occasione che mi ha dato di esaminare a fondo la sua opera. Siccome sono pigro, come lo siamo tutti, sono stato costretto a guardare a fondo un'opera che ritengo molto valida.
Marcello Eydalin 8 Febbraio 1975 - Teatro «De Lollis»
-
Roma
1
Oggi è il mio primo giorno di scuola
fino a maggio scorso sono andato all'asilo;
piangevo sempre, volevo bene a suor Anna
e suor Anna era fuggita con un bersagliere.
2
A «Valle d'Asino» ho costruito
intrecciando carpini e rovi
una capanna: è la che vado
quando ho voglia di piangere.
3
A scuola mi hanno dato
una camicia nera, un fez, un pantaloncino
grigio-verde. Mia madre quando
ha visto il pacco, ha detto:
«Almeno hai vestito decente per la festa!»
Sono scappato a Valle d'Asino:
preferisco andare in giro nudo.
4
Sono andato a comprare le sigarette
mezza lira per dieci «popolari».
Dal tabbaccaio (1) c'era «Finuccio»
un poco traballante. Due in divisa
l'hanno preso di forza
insieme ad altri due
l'hanno legato su una sedia
gli hanno messo un imbuto in bocca
hanno travasato una bottiglia...
Quando è uscito, traballava tanto
si contorceva e «loro» ridevano...
«Questo facciamo a chi non è con noi!»
Sono ritornato senza sigarette!
Mio nonno si è arrabbiato
e non per le sigarette.
(1) L'errore l'ho lasciato come tanti altri per non togliere o aggiungere nulla al bambino)
5
Mi hanno cambiato classe
e faccio la seconda elementare.
Siamo due uomini
e ventiquattro donne.
Ci sono due gemelle assai carine
Angelina, la più bella
e Vincenzina.
Io piango, voglio la Signora
Ricci.
E' entrata la maestra, quella
nuova;
è giovane, bella e bionda
come il grano.
«Mi chiamo Mafalda»,
ci dice!
Quanto e bella. Dio, quanto è
bella!
Ha gli occhi azzurri, puliti,
di cristallo marino e sulla bocca
la bella primavera di Paduli.
Non piango più, non voglio
ritornare dalla Ricci.
6
La signorina Mafalda ha diviso
le gemelle, veramente belle;
Angelina è seduta accanto
a me.
7
II segretario politico ha comandato
a mio nonno di andare alla sfilata:
è l'anniversario della
«marcia».
Il nonno si è alzato in
piedi
a testa alta, piantato come una
quercia
gli ha risposto: «Tiene
'e 'ppigne,
accideme, faje primma!»
(a)
a) - (Hai qualcosa nel cervello
che non ti funziona, ma se proprio vuoi ti conviene uccidermi, fai prima)
8
Per la prima volta, stamattina,
(1)
sono stato punito duramente:
non ho fatto i compiti assegnati.
Nel quaderno, invece, hanno trovato
un foglio scritto in fretta che
diceva:
«Angela, ti prego, per
favore;
non toccarmi la mano di nascosto
voglio imparare e non capisco
niente.
Tra le righe del libro i tuoi
begli occhi
brillano nel vuoto delle O;
il foglio del quaderno, troppo
bianco,
è illuminato e abbaglia
il tuo sorriso;
nel cucchiaio dell'olio di merluzzo
vedo il tuo volto bello più
dall'alba
in un giorno pulito a primavera».
Sono rimasto due ore inginocchiato
sui ceci duri, dietro la lavagna.
A casa, mio padre, mi ha fatto
la testa
piena di bitorzoli, a furia di
cazzotti.
1) Scritta nell'aprile del 1939. Papà era ritornato, per una breve licenza, cosa che gli bastò per generare mio fratello Nino - nato il 26 gennaio 1940 - e farmi conoscere le sue mani.
9
Per non prendere botte, sai che
faccio?
Scrivo di nascosto, sotto il
letto;
salgo in soffitta e nascondo,
le mie cose,
nel vuoto della camera d'aria
di una vecchia bicicletta in
disuso.
10
Angelina mi ha tradito
è andata con Idillio
a far l'amore, per una macedonia,
sotto il ponte fuori da «scarrafone».
(b) b) località di Paduli
11
Stanotte ho pregato il Signore
di far morire i vecchi più
ricchi
voglio guadagnare qualche soldo
perché andar via voglio
da Paduli.
12
Non muore nessuno ed io rimango
accanto ad Angelina, nello stesso
banco;
e come ieri, le ho fatto ancora
i compiti.
«La pioggerellina di marzo...»
diceva la maestra ed Angelina
ha scritto sul quaderno: «oggi
t'aspetto!»
Ho dimenticato dove mi trovavo:
m'ha stretto la mano e m'ha sorriso.
Mi è costato veramente
caro:
la maestra mi ha fatto zappare
piantare barbabietole e patate
nell'orto preparato nella villa.
13
Ci hanno riuniti nel piazzale
della Villa
tutti in divisa, schierati.
Sul balcone della mia scuola
hanno messo l'apparecchio radio
sopra un tavolino, coperto dal
tricolore.
Il capo ha parlato e ha detto:
«GUERRA!»
Hanno applaudito...
Mio nonno mi ha messo una mano
sulla testa
sarà infinita, ha detto,
molti anni,
però sono contento per
tè:
questo è l'inizio della
fine.
14
Mi sono svegliato, mio padre non c'era. (2)
E' partito, è stato richiamato!
Mamma, quando rivedrò mio
padre?
Avevo otto anni, due mesi
e venticinque giorni: ieri.
2) Era la mattina del 27 settembre 1940
15
E' giunto a Paduli un forestiero
(3)
nonno sottovoce m'ha detto: «E'
un confinato,
si chiama Gianni, è studente
in medicina,
viene da Pela: ha parlato male
del gran capo!»
Io e Gianni siamo diventati amici
viene spesso a parlare con mio
nonno;
parlano fitto fitto, a bassavoce.
Credo faccia la corte a zia Alessandra.
3) Quando Gianni giunse a Paduli, quale confinato politico, era il giugno 1941 ed io dovevo prepararmi per gli esami di ammissione alla scuola media, ma nessun insegnante padulese aveva il tempo per darmi lezione. Chissà perché?
16
Nessuno mi vuoi preparare
gli esami d'ammissione a sostenere.
Gianni mi incoraggia
e s'offre d'aiutarmi.
Penso lo faccia perché gli piace zia.
17
Sono cinque giorni che Gianni
m'insegna la sintassi,
ma d'italiano non si parla mai.
Mi parla della rivoluzione francese,
di quella americana e quella
russa;
del diritto dell'uomo sacro a
ognuno,
di libertà con la elle
maiuscola:
si paragona ad un cardellino
in gabbia
cui hanno tagliato la lingua
e tarpato le ali.
Voglio bene a Gianni
anche se lui lo fa solo per mia
zia.
18
Sono andato a Napoli (4)
e per la prima volta
ho visto anche il nemico:
nel treno, per le strade, nelle
case.
Sono ritornato a Paduli di corsa.
4) In occasione dei funerali del marito di zia Adelina, la sorella di mia madre: era il 26 settembre 1941
19
Gli amici mi hanno detto
di aver visto Gianni e mia zia
nella grotta dietro il "Convento"
fare all'amore, nudi sulla terra.
Sono scappato a Valle d'Asino
vorrei morire e piango.
20
Sono andato col nonno giù
in cantina,
sotto una coperta, su una botte
c'era un apparecchio radio,
tre persone con gli occhi accesi
parlano col nonno sottovoce:
Sono sbarcati in Sicilia. "Ndò-ndò-ndò
ndò-ndò-ndò: qui radio Londra..."
Il nonno m'accarezza dolcemente.
21
Non sono andato più a studiare
e Gianni viene sempre da mio
nonno.
E' giunto a Paduli un altro confinato.
Gianni mi guarda ed ha paura.
Mi ha ricordato la rivoluzione
francese
il diritto dell'uomo e la libertà
perduta.
22
Nell'aria c'è festa (5)
corrono per le strade
donne scalmanate, gridando:
«e caduto, e caduto!»
Il nonno affacciato alla finestra
non sorride, però dice:
era ora!
5) 25 luglio 1943: anche a Paduli si vede e si sente la guerra, fino ad ora rimasta solo notizia stampata o radiofonica.
23
Son venti giorni che il pane non
c'è
e chi ce l'ha lo conserva fino
ad ammuffire
e se lo divide con parsimonia
quaresimale:
sono venti giorni eterni che
non mastico pane.
Seduto sulle scale al centro della
via
grido, strepito, piango; chiedo
il pane.
Mio nonno mi redarguisce: «non
è bello,
il coraggio di un uomo finisce
qua?»
Seduto sulle scale al centro della
via
grido, strepito; chiedo un pezzo
di pane
non per me, per i miei fratellini.
24
Ma sarà dato onore a noi
bambini
come coloro che han sofferto
e soffrono
o rimarranno emarginati nel tempo
come i vili che han fuggito la
guerra?
25
Mi han detto che domani (6)
conoscerò un poeta!
Un poeta? Ma si può vedere
un poeta?
Allora se domani - l'ha detto
la maestra -
vedrò un poeta, se voglio
posso
anche vedere gli angeli e parlargli?
6) Queste due, contrassegnate dai numeri 25 e 26 sono antecedenti, risalgono all'aprile 1941. Il Poeta di cui parlo è Enzo V. Marmorale (allora Ispettore scolastico). Dovevo ritrovarlo nel 1953, e dopo due anni mi fece pubblicare, a sue spese, dall'Editore C. Armanni di Napoli, "Note e Motivi", a cui scrisse anche la Prefazione.
26
Ho visto il poeta. Ma è
un uomo!
Allora anche le mie sono poesie?
Ma che begli occhi profondi ha
il poeta
e il suo sorriso... Ed il suo
volto?...
Dio, come splende! Ha il sole in fronte.
Mi ha fatto recitare una poesia
in piedi sul banco e m'ha baciato.
Sono andato di corsa sul soffitto
quando ero alla mèta son
caduto:
quattro punti sotto il mento
per tre giorni non ho mangiato.
27
Ho parlato, oggi, e per la prima
volta
con Maria, la sorella di Michele.
Piangeva, l'ho rassicurata e
Umbertino
ha detto: perché non vi
fidanzate?
Le ho dato un bacio
e come pegno d'amore
le ho donato una fìbbia
strappata dalla cinghia di papa.
Non voglio lasciare Paduli.
Aspetto qui, sotto l'albero
che venga il mio amore
che venga il mio bene.
Ieri mi ha dato un bacio ed è
fuggita.
Ma perché non viene?
Si sta vestendo di nero!
Rose di sangue
sommergono corpo
non mio.
Sotto montagne di neve
corpo glabro
di fanciullo ancora
giace.
Candore al cuore
sua vita
fiumi di lacrime
al mio amore,
occhi innocenti.
Amore non sei sola!
Ti contorci nel dolore
come l'ulivo
e non piangi più.
Le labbra senza suono
dicono parole terribili.
Intorno a te
per tuo fratello in Russia
per tuo padre in Africa
coro di lamenti
torrenti di lacrime.
Piedi arrossali dal freddo
giorni di guerra, i miei.
Compagno di giochi
nelle sere estive
introvabile d'inverno.
Faceva il calzolaio
aveva sedici anni
chiamato alle armi
lo mandarono in Russia.
Quando ritornerò
terminerò le scarpe:
piedi arrossati
scalzi rimasti
d'inverno
i miei.
Una croce
per i ragazzi della Julia!
Chi vi porta un Fiore?
Il Vento.
7) Scritte nel settembre 1942,
quando giunsero i due telegramma che avvertivano la famiglia Scaramuzzo,
che Michele (sedici anni) era caduto in Russia (Alpino della Julia) e suo
padre era stato fatto prigioniero dalle forze alleate, in Africa. "Piedi
arrossati la scrissi il giorno dopo. Ricordo che era domenica.
28
Ad Apice un treno carico di vitto
dicono per le strade di Paduli;
siamo corsi pieni di speranza.
I treni sono tre nella stazione
la gente più di mille
e scalmanati
m'intrufolo nel «Silos»:
c'è riso e grano.
Dalle mani di un uomo sfugge un
sacco
cade sulla testa di una donna
era gravida, il peso l'ha schiacciata.
Di corsa sono fuori accanto al
treno
come una talpa cammino tra le
gambe
delle mille e più persone,
allungo le mani senza vedere
mi accorgo di aver preso delle
scarpe.
Tre paia di scarpe ed esco fuori
me le guardo e sono assai contento.
Due mani sporche di sangue
ma vuote, di forza sul mio viso,
cado per terra, ho le mani stanche
mentre un ricognitore americano
a bassa quota fa fuggire tutti.
Corro accanto al treno, sono solo
il carro è pieno di noci
e nocciole
afferro un sacco, chiamo a squarciagola:
portiamo a casa tredici sacchi
di nocciole.
Il mio si straccia, perdo il contenuto
ritorno indietro deciso ad arraffar
pur'io qualcosa, prendo del tabacco
e tomo a casa. Mio nonno quando
ha visto il tabacco ha detto:
«trincene un pò,
almeno fumo».
29
II bagliore delle fiamme
oscura il rosso del tramonto.
Le voci si susseguono alle voci
le madri chiamano i figli
i figli le madri perdute
nella corsa affannosa alla salvezza!
Salvezza?...
Il ricovero è poi una
salvezza?!
Mia madre alla finestra
guarda quello scempio
e piange in silenzio.
Inginocchiato ai suoi piedi
imploro di mettersi in salvo.
Mi scompiglia i capelli, senza
parlare,
abbozza un tenero sorriso,
mentre uno schianto terribile
ci faceva ballare a saltelli.
Le bombe hanno colpito il «Silos»
c'erano trecento persone
convinte di essere al sicuro.
Avevo undici anni un mese
e dieci giorni: ieri.
30
Chi soccorrerà domani,
mia madre:
donna del soldato che per tenere
in vita i figli di chi padre
non è
e non per sua volontà
ha logorato gli occhi
incallite le mani affusolate
invizzito la sua bellezza
in ore d'ansia e di paura
nelle lunghe notti senza sonno
nelle eterne giornate di fame?
Chi soccorrerà domani mia
madre
se mio padre non dovesse ritornare?
31
Sfamate, vi prego, chi ha fame
di giustizia
dissetate, vi prego, chi ha sete
di libertà
consolate, vi prego, chi ha bisogno
di conforto
ognuno vive per se, Dio per tutti.
Ma Dio, Dio dov'è? S'è
scordato
dei bambini, Dio s'è scordato
che esistono anche i bambini
e la guerra, per loro, è
un gioco
terribile, troppo crudele?
Ma Dio, dìo dov'è?
E' occupato
a cercare i caduti nel deserto
libico
a riscaldare Ì ragazzi
della Julia
perduti nella landa della Steppa.
Maria sfammi vicino
oggi giorno di morte
dolora il mio cuore.
Ventiquattro anni una vita!
Ancora dolora il mio cuore.
Pietà all'anima fanciulla
che geme di giustizia.
Erano intenti al ritorno
ai reggimenti soldati
alle case donne e bambini;
scacciato da Napoli
stormo di morte
si soffermò su te:
Benevento!
Da Portanova
impotenti
assistemmo
vedemmo
l'Inferno.
Fermati cuore già morto!
Maria sfammi vicino
dammi la mano
fiamme d'Inferno
lambiscono mio cuore
orrendamente trasfigurato
orribilmente rivoltato
come vecchio cappotto
quel giorno.
Da Portanova Minicuccio
con noi guardava e piangeva:
era epilettico
non lo aiutò il suo male
quando d'essere solo rimasto
appurò.
Morì quattro mesi più
tardi
il giorno di Natale.
Lo trovammo
in una stalla abbandonata
abbandonato
- casa del terremoto dell'otto
distrutta -
raggomitolato a palla
in compagnia di scarafaggi
cimici e pidocchi.
Negli occhi aperti
c'era l'orrore dell'uomo
sulla bocca
il sorriso degli angeli.
Dammi la mano Maria
oggi è giorno di morte
la mia morte che vive.
8) Il ritornello "Maria
stammi vicino…" è stato aggiunto nel 1967 (avevo da poco ritrovato
i fogli scritti e nascosti in una camera d'aria di bicicletta), nel leggere
quanto, i miei occhi avevano visto quel 13 agosto 1943, quando gli alleati
bombardarono la stazione ferroviaria di Benevento, con spezzoni incendiari.
Quel giorno, oltre ai genitori e il fratello di Minicuccio, perirono anche
la moglie e due figli, piccoli di un altro padulese, venuto in ferie al
paese natio. E non solo loro. Allora si diceva che erano perite oltre mille
persone. I giornali non li ho mai letti, per cui non posso esere preciso
sulla quantità di persone perite. "Giorno di morte" originale è
la seguente (le prome righe sono illegibili): "Pietà all'anima fanciulla/che
geme di giustizia./Erano intenti al ritorno/ ai reggimenti soldati/ alle
case donne e bambini;/scacciato da Napoli/ stormo di morte/si soffermò
su te/ Benevento!/Da Portanova/ impotenti/assistemmo/vedemmo/ l'Inferno!/Da
Portanova Minicuccio/con noi guardava e piangeva:/ era epilettico/non lo
aiutò il suo male/quando d'essere solo rimasto/ appurò./Morì
quattro mesi più tardi/ il giorno di Natale./Lo trovammo/ in una
stalla abbandonata/abbandonato/ - casa dal terremoto dell'otto/distrutta-/raggomitolato
a palla/in compagnia di scarafaggi/cimici e pidocchi./ Negli occhi aperi/
cìera l'oorore dell'uomo/ sulla bocca/ il sorriso degli angeli."
E' stata scritta in tre tappe. La prima dopo ferragosto del 1943; la seconda
il giorno di Natale dello stesso anno ela terza nel 1967.)
32
In questa notte di sussulti e
di bagliori
di boati infernali, di rombanti
aerei,
di grida di dolore e di spavento
ho tanta paura che domani
non saprò più amare
nessuno.
Ho paura di non sapere amare
più nessuno perché
mia madre
sono tre notti che piange e non
dorme.
33
Cinque coperte sono pronte
pronte per ogni evenienza:
mia madre le ha preparate
per farci dormire tranquilli
mentre lei veglia nella notte
illuminata dai razzi
e dai bagliori dell'incendio.
34
Arrampicato su per Montesanto
sotto la camicia e sulla pelle
tutta la ricchezza di mia madre
in una scatola dei medicinali.
Quattromila lire guadagnate
inchiodando strisce su pezzi
di legno
ricamando letti per fanciulle
ancora bambine, per ragazze
rimaste vedove prima di sposare.
Arrampicato su per Montesanto
deciso ad arrivare su a «Saglieta».
Mia madre mi ha giurato
che avrei trovato anch'io la
farina:
sono tre giorni che mangiamo
ceci
ceci, fagioli e lupini al sugo.
I carpini mi tagliano la carne
non mi curo del sangue e del
dolore
un ritornello canta il mio cervello
stasera mamma ci farà
la pizza.
Ecco la strada, ormai sono arrivato.
Il gelo del metallo, un grido
acuto
corro pel pendio come una palla
tra i rovi e i carpini in germoglio.
La sera abbiamo ancora mangiato
lupini fatti al sugo, con le
bucce.
35
Son dieci giorni che mi porto
appresso
tutta la ricchezza di mia madre
e a sera torno sempre più
stanco;
mamma non vede più come
una volta.
Cristina si è attaccata
alla mammella
mamma sospira e munge con le
mani
non ce la fa a ciucciare è
deperita.
Il giorno appresso esco più deciso.
36
L'autunno quasi alle porte
indora la campagna e la vite
colma di grappoli m'invita.
Poppino per la mano e Nino
che ripete il ritornello: «agnà,
agnà!»
mi addentro nella vigna che m'invita.
La sera abbiamo mangiato uva
uva e lupini.
37
Al «Carpino», la comare
Immacolata
m'ha dato un pezzo di pane
un pezzo di pane fresco e profumato,
un fiasco d'olio d'oliva e dei
fagioli.
Peppino come un vero ometto
si portava il fiasco d'olio d'oliva
io sulle spalle Nino e sotto
il braccio
il tesoro più immenso
del mondo:
sono venti giorni che a casa
mia
si è perduto il sapore
del pane.
Camminavo allegro e spedito
rivedere anelavo il sorriso
negli occhi quasi spenti di mia
madre.
Un gran boato e Peppino scaraventato
a lato della strada, per soccorrerlo
lascio il tesoro grande che come
ruota
rotola pel pendio e va a fermarsi
nell'acqua puzzolente di cloaca.
Prendo la pagnotta, la lavo
e riprendo il cammino verso casa.
A casa, mia madre non c'è.
M'han detto è rifugiata
nella grotta.
Nella grotta, mia madre non c'è.
M'han detto è alla Fontana
Terra.
E' buio ormai, mamma mia dov'è?
Peppino piange, Nino vuole il
pane.
Ho paura e piango più
di loro
però non sanno che sto
piangendo anch'io.
Ritorno a casa e mamma ci aspettava.
Abbiamo mangiato il pane lavato,
quel pane fetente, fece ammalare
Nino.
38
II giorno dopo andai a rubar fave
in un appezzamento vasto assai
quando alla fine del solco mi
drizzai
un uomo con la falce mi prese
pei capelli
sgusciai come un'anguilla e corsi
via
caddi, mi rialzai; dal naso sangue
a fiotti
però correvo. Giunto sotto
Portanova
lui era là ad attendermi.
Col peso caro
delle fave, aggirai l'ostacolo
ed a casa
stava parlando già col
nonno mio.
Il nonno m'ha dato uno schiaffo
mi ha ammonito, non si fa.
Quando l'uomo, soddisfatto è
andato
via il nonno guardandomi negli
occhi
ha domandato: «quanti chili
saranno?»
39
Sono ritornato alla cantina
ad ascoltar la radio clandestina.
Dice è stato firmato l'armistizio
un coro di voci dei presenti,
Dio cosa succederà! (9)
9) (Dalla 32 alla 39, sono state scritte dal 16 agosto alla proclamazione dell'Armistizio: 8 settembre 1943)
40
Da tre mesi mio padre non scrive
da cinque zio Giovanni. Mia nonna
piange e mia madre prega.
Nonno non parla più come
una volta
tira con rabbia l'ago
e guarda in cielo.
Sulla finestra s'è posato
un passero
il nonno posa l'ago e senza tema
allunga la mano, prende l'uccellino
gli da il mangime e sorride mesto:
«chi ciberà i miei
due passerotti?»
Ha gli occhi lucidi
mentre mi stringe forte sul suo
petto.
Eri già
a metà strada da casa
una raffica
il braccio cadde
ai tuoi piedi.
Gridai
non so quali frasi
e corsi incontro al nemico.
Scattasti come una molla
divenne clava
il braccio
e nero di lividi
facesti
l'incauto nemico:
Così ti ricordo.
41
Tredici nemici si sono asserragliati
nel bosco a Forno Nuovo.
Tredici nemici hanno fatto strage:
è saltato Ponte Valentino,
cinquanta vacche, buoi legati
al giogo
pecore, capre, più di
centotrenta;
tutte gravide, in corpo ne avevan
tre.
Il pastore, un ragazzo come me
trema come una foglia autunnale.
A Paduli si mangia carne
solo carne, senza pane
42
Uno dei tredici nemici è
venuto in paese
e andato alla caserma dei carabinieri
il maresciallo l'ha sbattuto
fuori:
è un ragazzo e non ha
la barba!
Seduto sullo scalino di una casa
piange il nemico ancora imberbe.
Mi vede, mi afferra un braccio
gli occhi colmi di lacrime
implora un vestito, un vestito
di papa!
Era ieri. Oggi alla «Centriera»
mentre andava verso Benevento
un caccia americano l'ha falciato.
L'hanno sepolto a Paduli
si chiamava Franz.
43
I nemici ora sono dodici
nascosti nelle grotte della Piana
sono affamati, stanchi, hanno
paura.
E' giunta in piazza una camionetta
a bordo tre soldati americani.
Gli abbiamo detto che c'erano
i nemici
soltanto dodici, affamati e stanchi...
Sono fuggiti! Al loro ritorno
erano in cinquemila, con cannoni
mitraglie e carri armati.
Si sono divertiti con la nostra
fame
hanno approfittato delle nostre
ragazze.
44
Sette chilometri di uomini
laceri, sporchi, scherzano
bruciando giganteschi pidocchi.
Li sfamiamo con noccioline e vino.
In mezzo c'è Gennaro, evviva
evviva
il primo amico che ritorna a
casa.
Ho undici anni due mesi
e undici giorni, io.
Interminabile colonna di carne
lungo le rive del Tammaro
in quei giorni di settembre.
Corpi, anime sozze
di pidocchi
di vergogna
occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.
Uno, ai piedi di una vite
in mano, un grappolo d'uva:
- Non voglio tornare a casa!
-
e piangeva.
Fetore di pelle:
non pidocchi giganti
mangiano giovane carne
non mia;
vergogna morde l'anima:
eravamo duemila
due soltanto ci hanno disarmato:
non voglio vedere mio padre!
Occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.
Dritto, sulla collina
si staglia verso il cielo
come accusatore:
uomo in grigio-verde
armato fino ai denti.
Stupore, meraviglia,
domande che si intrecciano
risposte non avute...
Michele era armato
non sapeva perché.
Fedele al giuramento
era tornato a casa
ai padulesi non più
da ebete, da eroe.
Occhi, che non capivano cercavano
tra carne putrefatta dai pidocchi
propria carne pieni di speranza.
Un grido che sapeva
di prima liceo,
una parola petrarchesca
scosse lo stupore, l'apatia:
«Italia mia
vengo a vendicar
l'altrui vergogna!»
Ancora imberbe, armato di bastone
corse per lo scosceso pendio:
gridò!.
Una scarica di mitra!...
Il volto di fanciullo
gli occhi innocenti
aperti verso il ciclo
il corpo inerte
ai piedi dell'ulivo
sembrano dire: BASTA!
Occhi che non capivano, i miei,
cercavano non vergogna...
Piansero, piangono
e gridano: basta.
A Portanova, al tramonto
dove il colle domina la valle
ci riunivamo.
Quella sera
Luigi Reparata ci disse:
«Parto. Vado marinaio...»
La cartolina rosa
mostrò orgoglioso
occhi raggianti:
primavera del quarantuno
quella sera!
Imberbe divenuto uomo
su racconti di eroi.
Lo rivedemmo passati tre mesi
lo sapemmo imbarcato sul «Giulio
Cesare»!
Sua vita le lacrime della madre
su mani callose abituate
al rastrello
erba cattiva estirpare:
sano frumento non suo.
Suo volto occhi aridi cercano
inconsolato cuore
suo corpo glabro.
Eroe, giaci, dove?
Sulle mani callose
scrosci di lacrime
cuore inconsolato
tua madre.
Forse hai pianto prima di morire
imberbe divenuto uomo
su racconti di eroi.
10) Scritta verso la fine di aprile 1945
Segreto rimane
agli uomini
tuo ardimento.
Medaglie al valore
croci di guerra...
Ti rimandarono a casa.
Ora muori di fame.
11) Scritta nella primavera del
1946, il giorno in cui vidi Rocco Limongelli (decorato al valor militare),
chiedere una sigaretta: non trovava lavoro. Poi, mi hanno detto, che nell'agosto
del 1948 si arruolò volontario nel Corpo degli Agenti di Custodia)
Fuori il balcone, nel vaso grande,
il pesco che piantò mio
padre
è alto, è più
alto di me;
le foglie cominciano a cadere
mia nonna ha preparato un vestito
nero
e piange. Il marito glielo strappa
di mano
e lo butta, con foga, nel camino
acceso.
Fuori il balcone, il pesco piantato
da mio padre, comincia a perdere
le foglie
e i reduci a carovane passano
per Paduli.
A TÈ NON BACIO’LA GLORIA (12)
Oh, no! A te non baciò
in fronte
la gloria.
Il tuo giorno non finì
sul campo di battaglia
e mai codardo fosti.
Era il dieci
di quel lontano
eterno, presente
settembre.
Ella non ti volle
a Tobruck
non ti baciò
in Egitto
e non ti abbracciò
a Tripoli.
Ti attese sulla ferrovia
(sentivi l'odore di casa)
sotto la galleria:
...nelle pupille immobili
impressi i volti amati.
12) Scritta nel 1946. Per anni
il ricordo di questo sfortunato padulese mi aveva tormentato (ancora oggi
il ricordo mi stringe il cuore "come un limone senza succo", perché
ero presente). Andavo ogni giorno alla stazione ferroviaria di Paduli (sette
chilometri all'andata, sette al ritorno), nella speranza di veder scendere
dal treno mio padre e mio zio Giovanni?
45
Uomini passano, a migliaia,
aggirano il nemico, per far ritorno
a casa.
Sporchi, laceri, increduli
per terra seduti come mendicanti.
I camini di Paduli fumano tutti
in ogni casa preparano minestra
e pastasciutta. Un paracadutista,
catanese, trema ha la febbre
alta:
un braccio e in cancrena
e non vuole fermarsi.
Un colpo in testa, a pugno chiuso,
non lo fanno mangiare, lo portano
dal medico condotto che gli recide
il braccio. Rimane a Paduli un
bei tempo.
Mio nonno scrive lettere e non
parla
lettere che rimangono mute, come
lui.
46
Ritornano i reduci e mio padre?
l'hanno preso i nemici hanno
detto;
una delle lettere ha parlato...
mio nonno lavora con più
rabbia.
Il passerotto è ritornato
alla finestra
il nonno piange ed è la
prima volta.
Giorno d'inverno, il sole ride
si corre per le strade allegramente
i reduci ora passano sporadici
qualcuno gioca con noi a nascondina.
Le massaie sono elettrizzate
dopo mesi, si chiamano allegre
gridano gioiose, accendi il forno;
anche mia madre è affaccendata
Lina l'aiuta, sta impastando
il pane.
Peppino mi porta la notizia, con
candore
per le strade, però, c'è
uno strano odore.
Mi precipito al forno la bocca
colma
d'acquolina: «un pò
di pizza, mamma,
un pò di pizza».
Questa è farina
che non conosciamo, il pane si
è attaccato
dentro il forno. - Ma perché
odora
di piselli? -
Proviamo a metter sotto le foglie di cavolo.
E' mezza giornata che aspetto
e finalmente
mamma candida come la madonna
ci porge il pane tanto faticato:
è verde e puzza.
Per la prima volta ho bestemmiato.
Sono tornato a casa a tarda sera
stanco, ribelle, affamato;
mamma con calma certosina
mi porge il piatto per mangiare.
Ma!... E' polvere di piselli puzzolente
la stessa di cui era fatto il
pane:
ho scaraventato il piatto dalla
finestra
ho rotto anche il vetro e mamma
piange.
Terrorizzato mi sono rifugiato
sotto la mia capanna a Valle
d'Asino.
13) (Gli Alleati ci avevano portato
farina di piselli e di fagioli. Le massaie di Paduli desiderose di impastare
e vedere un forno acceso, impastarono questa farina e tentarono di fare
del pane; ma la farina, oltre ad avere un odore sgradevole e il colore
verde, non riusciva ad amalgamarsi e si attaccava sul pavimento del forno.
Dopo vari tentativi, decisero di avvolgere la pasta in foglie di cavolo;
ma quella "cosa" che chiamavano "pomposamente" pane, era immangiabile,
più per l'odore che per il sapore. Ciò contribuì,
però, a non far atroffizzare le mascelle).
47
Mamma ricama e vede sempre meno
(14)
ha preteso a saldo del lavoro
solo grano o farina e le patate.
Il grano si deve macinare
il mulino è fermo, manca
la corrente.
Aiutato da Peppino, con coraggio
andiamo a macinare alla «Palata».
E' voluminoso il sacco dopo macinato
uno con l'asino ci aiuta e porta
la farina
fino alla «Taverna»
ed è ancora lontano
da casa. Peppino, faccia tosta,
impertinente
dai - dice - coraggio, cosi domani
mangeremo pane.
Abbiamo trainato il sacco nella
polvere
quando siamo giunti a casa mamma
giuliva ci è venuta incontro.
Quando è andata per impastare
e farci
un pò di pasta fatta in
casa
ha impastato terra con le sue
lacrime.
(14) Perché mangiassimo, finalmente, un po’ di pane fatto con farina di grano, mia madre si faceva pagare i lavori di ricamo, con grano e cereali. Quel giorno di gennaio del 1944, l'avevano pagata con 20 chili di grano. Non mi pareva vero! Ma il mulino elettrico non funzionava. Decisi di recarmi al mulino ad acqua, lontano dal paese circa 5 chilometri. Il sacco con il grano non era voluminoso e 20 chili, portati in spalla, non erano pesanti, o fastidiosi; e con l'aiuto di mio fratello Peppino diventava tutto più facile. Però non tenni conto (ero pur sempre un bambino, anche se avevo 12 anni) che il grano una volta macinato avrebbe aumentato il suo volume; per cui non era il peso, ma il volume che non ci permise di portare il sacco, in spalla, come per l'andata al mulino. Mia madre fece di tutto per eliminare la terra infiltratasi e mischiata con la farina, ma senza riuscirvi. Dio le lagrime che pianse!
48
Da due anni, mio nonno non parla
lavora con rabbia e scrive lettere...
Mio padre, perché non
ritorna?
E zio Giovanni dove si è
perduto?
Mio nonno scrive lettere e non
parla!
Nelle acque profonde
dolora
caro ai pescecani
corpo ventenne.
Cascate di lacrime
divoro nel tuo ricordo.
Si prodigò il fratello
ne porse in salvo dieci
lui rifiutò.
Era bello come
un giovane dio
principe azzurro
alle ragazze.
Luce di rettitudine
di nobiltà, di valore
suono al mio cuore.
Il tuo sacrificio
anonimo resta
nell'albo d'oro della Patria.
(15) Scritta nell'ottobre 1943,
dopo circa due anni dalla morte di Poldino. «Il fratello...»
è Rocco Limongelli che si prodigò nel salvataggio, dei naufraghi
feriti (per questo era stato decorato al valor militare), ma Poldino, essendo
stato ferito leggermente, rifiutò il soccorso, perché c'erano
altri marinai che avevano maggiore necessità di aiuto; ma non tenne
conto dei pescecani. Uno di questi se lo portò nel fondo del mare.
Un fitto bisbigliare m'ha svegliato
è notte fonda ed ogni
tetto è bianco.
Sospiri, singhiozzi e poi...
due labbra, lievi, mi sfiorano
la fronte:
«Ben tornato papa! Dove
sei stato?»
Ho tredici anni cinque mesi ventun giorni!
E' tutto sporco, la barba incolta
e ai piedi scarpe che non hanno
suole.
Un suono di campane e lui in
ginocchio
è nato il Redentore Gesù
Cristo!
MI CHIEDI (16)
Mi chiedi
quando
non ci saranno più guerre?
Quando l'uomo
cesserà di essere
animale razionale.
Quando l'uomo
non farà più parole.
Quando l'uomo
dimenticherà
la sua intelligenza
e ti stringerà la mano:
mano putrefatta
callosa
purificata
dalle sue lacrime.
16) Una domanda fatta da mio fratello,
mi fece scrivere questa lirica. Papa era ritornato da due o tre giorni.
Era il 27 dicembre 1945.
Un correre, un bisbiglio frettoloso
nell'alba radiosa è primavera
il nonno giacca in bocca
scarpe slacciate corre per le
scale
abbottonandosi la patta dei calzoni.
«E' ritornato! - dice -
E' ritornato!
il cuccioletto e ritornato a
casa!»
Pasqua giuliva, odor di biancospini!
(17) Pasqua 1946.
LE FAVOLE CHE CONOSCO (18)
Non saprò mai narrarti
favole
Non conosco le fiabe
che tu vorresti ti narrassi.
Conosco le favole
di mostri d'acciaio
morte salvazione
portano
mimetizzate foglie
fiori primaverili
d'autunno
odio
amore
occhi lucidi tremanti
sorrisi, mani tese.
Le favole che conosco
sono queste
non t'interessano.
18) Rosaria voleva che le raccontassi
una favola: le parlai della mia fanciullezza. Era un giorno d'estate del
1958.
Improvviso
inesorabile
come acqua gelata sulla pelle
arrossata dal sole di luglio
giunse il tuo male.
Ti fummo vicino.
Volesti che il medico
parlasse in tua presenza:
il medico non parlò!
Seguisti
il suo sguardo
come il viandante
i nostri
ansiosi:
nel Sahara
speranza d'acqua.
Un triste sorriso
sulle tue labbra esangui
aleggiò:
e fu il silenzio.
Con quel triste sorriso
finiva
la tua vita
in quel silenzio
ti riconciliasti con Dio.
Dopo sorridesti ancora
ma era sempre silenzio.
19) Scritta il 27 ottobre 1968
quando sapemmo che papà aveva un «carcinoma alla vescica»
in stato avanzatissimo. Infatti è morto il 3 novembre dello stesso
anno.
Cantore notturno
che mi porti le note
di un antico verso
in questa notte di nostalgia:
non cantare quel verso.
Devo tornare? Ritornerò!
20) Scritta il 10 aprile 1948,
due mesi dopo che mi ero trasferito a Napoli.
Isola dove nave non approda
lambita
disgregata
dai marosi: mia vita.
Tromba marina
sommerge
quel lembo di terra
mia vita.
Guardo a Oriente
nel giorno che nasce
scruto...
bramo orme venire
all'approdo:
speranza di vita.
21) Scritta il 26 settembre 1940,
il giorno che, a Napoli, vidi la prima volta il mare.
Dove vai, uomo?
Non vedi che oscuri la luce?
Le tue ricerche!
Gli alberi le braccia penzoloni
il corpo chino la testa reclinata
le vesti corrose: rassegnati
e stanchi.
I pesci rifiutano di vivere
nelle acque che hai sporcato
e cercano la morte volontaria.
Le frutta non hanno più
sapore
le carni sono amare e il grano
non matura più a giugno.
Uomo, dove vai?
Il sole si è oscurato
le nubi non si muovono
più: hanno imprigionato
l'anima.
Le tue ricerche ti hanno portato
a costruire macchine e macchine.
Hai fatto dell'umanità
un enorme
«computer» e non
ti sei accorto
di essere tu stesso
una scheda perforata.
19 giugno 1973
II vento passa tra i rami spogli
degli alberi uragano diventa.
L'Universo geme!
l'Uomo si credeva un gigante
forte contro ogni temporale
pronto ad arginare ogni diluvio.
Piange, ora, inutile e incapace;
trema come un fuscello al vento
ha paura come un bambino
in una notte di tempesta:
si lamenta come il vento della
«steppa».
A nulla vale la sua forza
a nulla le sue lagrime
a nulla il suo dolersi
di fronte all'Apocalisse
che egli ha voluto: Uomo
piccola nullità del Creato!
Eri nato per camminare
mano nella mano
per amare.
Rifiutasti la mano
rinnegasti l'amore
e costruisti «computers»
per... sezionarti.
Ora sei una scheda
i muscoli
il sangue
l'intelletto:
forellini della scheda.
23 giugno 1973
Quanta dolcezza ti può
dare un fiore!
Quanta tenerezza ti può
dare un bimbo!
Ma se pensi al futuro
l'angoscia
t'imprigiona il cuore.
Che sarà di quel fiore?
Che sarà di quel bimbo?
27 giugno 1973
UNA MARGHERITA SUL MARCIAPIEDI
Tenera come una margherita
allegra come una mimosa
sorridente come un bocciolo di
rosa.
Viva come la primavera
ridente come il sole
dei suoi verdi anni
aveva in progetto un viaggio.
Un barbaro ordigno
recideva la margherita
intristiva la mimosa
disseccava la rosa
ed era inverno in un giorno di
primavera!
Dolcemente s'adagiava sull'asfalto
e diventava di carne.
Della gioiosa immagine restava
sul marciapiedi una donna:
lo sguardo rivolto al sole
che non più vedeva,
negli occhi aperti d
olore per l'umane genti,
sulla bocca dischiusa
il sorriso del martire immortale:
piccola cosa a ricordare agli
uomini
l'etemo e funesto maggio e il
loro
impietoso egoismo.
«A Gabriella prima vittima
della violenza estremista»
Teneramente allacciati intorno
al simbolo
come acini al grappolo
e grappolo alla vite;
come uccelli migratori verso nuovi
lidi
svolazzano alla voce
musicale incoraggiante
e il sorriso era sulla bocca
di tutti.
Negli occhi luce di novella speranza.
Come forbici recide il grappolo
e mano tremante sparpaglia gli
acini
come colpo rimbombante di cacciatore
disperde uccelli migratori
l'ordigno è scoppiato
mietendo giovani vite.
Proprio come gli acini nefanda mano!
Come improvviso maroso il giovane
sangue
si allargò e in piazza
della Loggia
bocciolo di rosa al bacio del
sole.
Un fascio di Luce come raggio
di «laser»
dalla finestra senza tendine
al letto disfatto.
Due corpi
un'anima sola
in amore.
Non so dove sia il sole!
Ma penso che sia sul letto
su un letto disfatto
che narra ancora...
15 agosto 1973
Ho stretto la tua mano
ho baciato la tua mano
avrei voluto avere
io la tua mano.
Hai pianto e le tue lagrime
sulle mani callose odorose di
terra
- miracolo divino - sono diventate
perle.
Le hai donate a me
mi sono inginocchiato
ho voluto sul mio viso
quell'odore di terra:
primo giorno di vita.
22 novembre 1973
LE TUE MANI
Le tue mani borbottarono
alle porte del mio cuore
e vi gettarono l'ancora.
Ti accolsi come il porto la nave.
Non sapevo ancora che nella stiva
era incassato solo veleno
quel veleno che lentamente
mi conduce su rive di isole
conosciute e dimenticate.
20 novembre 1973
Se le mani che ti accarezzano
potessero piangere non soffrirei
più tanto, le lagrime
laverebbero
il profumo lasciato dalla tua
pelle.
Ma le mani non hanno lagrime
ed io mi porterò
la tua presenza
fino alla tomba.
21 novembre 1973
Come un cane ti seguivo
e come il cane
se mi battevi ti leccavo la mano.
Mi hai lanciato un osso
scodinzolando mi sono avvicinato;
era l'esca per potermi calpestare.
Mi hai battuto,
ti ho leccato la mano;
mi hai calpestato,
ho baciato i tuoi piedi;
mi hai ucciso!
Col mio sangue
ho dissetato il tuo cuore!
Ho incoronato questo amore
con le lagrime mie fiorite:
ero vivo allora.
novembre 1973
II suono della tua voce per me
è come un suono di campane
a festa
un garrire di rondini in volo
un cinguettio di passeri
in un giorno di primavera.
Udire la tua voce
è sentirsi eternamente
giovani.
novembre 1973
Sento il tuo dolore, la tua angoscia
e come un cane bastonato giaccio
ai tuoi piedi aspettando una
carezza.
Il tuo pensiero è altrove
mentre col naso schiacciato contro
i vetri
tenti di vedere
un volo immaginario di rondini
garrule che vanno verso il sole.
Vorrei dal petto tuo strappare
tutto il dolore e berlo come
elisir
nella dorata coppa dell'amore.
Bere a sorsetti il tuo dolore
vorrei come giorno dopo giorno
ho gustato la gioia e poi
accasciarmi, contorcermi per
non urlare
per rivedere il tuo caldo sorriso
per risentire del riso la melodia
come acqua sorgiva a torrentello.
Sono qui a struggermi
quando vorrei essere con te
per bere le tue lagrime
accarezzare i tuoi capelli
sentire le tue mani sul mio petto
cercare il cuore, prenderlo
e giocarci come fanno
i bambini con la palla.
Tutto questo per vederti ancora
sorridere.
novembre 1973
Mano gentile
borbottasti al mio cuore
amore non ancora vissuto.
Stai frugando
e ti impossessi di tutto
il suo avere.
Eri stato creato per equilibrare
la salute fìsica dell'uomo,
ma egli ha voluto la ricchezza
l'ha cercata nelle viscere della
terra.
Albero, ora sei lasciato a te stesso!
I vestiti corrosi
sono sparsi sulla terra nera.
Le braccia scheletrite
al cielo invocanti prima
ora penzoloni non hanno più
nessuna reazione:
le vene ricolme di nero catrame
non lasciano passare la vita.
Albero, ti lasci andare senza più forze.
L'uomo ha trovato la ricchezza
ma sta pagando con la vita.
20 giugno 1973
Udivo il tossire del corvo
sui rami dell'albero di fronte
casa mia e non volevo uscire.
Ma l'amore per te
quest'amore che brucia
dentro divampa distrugge
mi fece uscire al sole.
Il tossire monocorde
dei corvi non mi faceva più
paura.
Sui rami scheletriti dell'albero
di fronte casa mia molti corvi
banchettano con le mie carni.
19 novembre 1973
Ero in vetta
la tua mano mi sorreggeva.
Il burrone si apri improvviso!
Corro verso il pendio precipito
e tu
mi lasci andare come vascello
sfasciato dai marosi.
E voi? Voi che amo
con tutto l'amore che posso?
Una mano pietosa si tende!
Cento mani pietose e buone colme
d'amore raccattano ciò
che rimane
e leniscono il dolore di questo
spacco che lungo il cuore ancora
dolora
22 novembre 197 3
Come il sole s'affaccia
il girasole si erge
in tutto il suo splendore
per riceverne il bacio.
Il sole lo bacia
e lui lo segue
facendosi sempre più bello.
A sera reclina il capo mesto
ma fiducioso attende l'alba.
Come me il girasole ma
quando lui reclina il capo
io rido
io canto
e l'ora che tu
a me festante vieni.
30 giungo 1973
Piccola foglia di vite pampino
gentile che bevi il primo sole
come ti dondoli al canto
della primavera gioconda.
Argentata di dolcezza
saldamente legata al ramo
fieramente ti prepari
a far da ombrello all'acino.
Rossa di fiero passato ingiallisci
contenta di aver adempiuto al
tuo mandato.
Mi sento come te
ma non vogliono capire.
21 giungo 1973
S'attorciglia il tralcio
per dare forza al grappolo.
Come il tralcio
la mia vita per darti gioia.
23 giugno 1973
ANSIA
Ansia che annienta
fuoco che brucia dentro
attesa che dilania.
Dolore che consuma
per vederti sorridere.
24 giugno 1973
La campana della sera mi annuncia
il tuo insperato ritorno.
Il canto dell'usignuolo
il tuo desiderio d'amore
il canto dell'allodola
la tua felicità
la stella del mattino
la via per incontrarti
il sole brucia l'ansia dell'attesa.
La campana della sera mi annuncia
il tuo insperato ritorno
ma
l'usignolo piange
l'allodola geme
e la stella del mattino non si
vede.
Il pianto dell'usignolo
dice che tu non m'ami più
l'allodola continua a gemere
e tu
mattino senza stella la via che
non trovo.
Il sole che non ride!
Mi mostra una tomba la luna!
Al suono della campana della sera
cade l'usignuolo sotto un cipresso.
25 giugno 1973
Hai mai sentito piangere un usignuolo?
Piangeva in una notte chiara
tra l'erba in germoglio
illuminato da un raggio di luna.
Quella sera ho visto piangere
l'usignuolo
quando ti ho atteso fino all'alba
ma non sei venuta.
Ogni notte di luna nuova piange
l'usignuolo ma tu non puoi sentirlo
assordata da musica infernale
ma tu non puoi vederlo
abbagliata dalla luce al neon.
Non vuoi sapere perché
piange
anche se hai tanto freddo al
cuore.
ottobre 1973
Sentire un groppo di commozione
premerti il petto,
una forte voglia di piangere
di fronte al miracolo di un tramonto,
o di un'alba radiosa
e dover nascondere le lagrime
ti annichilisce
ti annienta.
Dover nascondere le lagrime
quando hai voglia di piangere
è avvilente, ti senti
morto, dentro,
perché l'uomo non sa capire,
non sa più sentire, la
bellezza
non gli dice più niente.
dicembre 1973
Se proprio devo andare voglio
indossare una camicia pulita.
Non voglio portare
come una bandiera questa camicia
che sa di fango, di sudore e
di sangue;
di polvere di pietra macinata
con i denti per aprire nuove
vie;
di spine tolte alle rose
strappate dalle mie mani
ma penetrate nel cuore.
Se proprio devo andare voglio
indossare una camicia pulita.
L'uomo non ha capito e ...
Se devo andare datemi
per favore
una camicia pulita.
novembre 1973
Rimane il battito del cuore!
Aveva fabbricato un castello
era di sabbia. Resurrezione!
Un labile soffio di vento
e dolore senza lamento.
Braccia protese
raccolgono vuoto
e il cuore batte ancora.
Piccola barca
nel burrascoso mare
mia vita s'affianca.
Perché non mi schianta
maroso
su scogli, senza pietà?
Pietà non avesti alla mia
fame
non ti curasti del pianto eterno.
Corpi spogliati da pioggia
marciapiedi suo letto
e per cuscino un gradino.
Per muovere i denti il pensiero
questo vi ho dato e mi è
dato.
Non parla l'umana giustizia
al povero cuore che sanguina
il mio
che è fatto a spicchi
per voi.
maggio 1967
Io che delirando mai t'ho cercato
ma come un figlio al padre parla
t'ho confidato i miei pensieri.
-Tu
che sempre al mio fianco sento
mi hai dato e continui a darmi
forza nella lotta fiducia coraggio.
-
Sai che l'uomo può correre
affannarsi ma quando raggiungerà
il traguardo ti troverà
in attesa
e Tu l'accoglierai tra le tue
braccia.
Però vorrei
che venisse incontro a Te
già prima del traguardo
per vederti sorridere.
Padre sei sempre stato triste
ed io non so più gioire.
17 novembre 1973
Vorrei mi chiedi diventare un
uomo
lo vorrei tanto ma non so che
fare.
Vuoi diventare uomo?
Apriti la Zucca
impossessati della Volontà
capisci l'Umanità
combatti il Tiranno
con convinta Serenità;
ad ogni sopruso Ribellati
tieni dinanzi sempre il Quadro
della vita e ricorda i Poveri;
sii ad ogni costo Onesto
esalta la tua Nobiltà
se necessario Morendo
affinché, te e gli altri,
godiate Liberi;
non temere di Iniettarti
Humus
Giovanile
Francamente
Esecrando
con tutto te stesso la Dittatura;
lotta per Costruire
un mondo Buono
in cui rifulga l'Amore:
Universale, Onesto, Maturo, Operoso.
settembre 1973
Nel giardino dell'ospedale romano
uomini alla scoperta della vita,
vanno.
Mille e più movimenti,
altrettanti atteggiamenti
si confondono col pensiero e
fanno
quel che il lavoro e «la
fatica di vivere»
non gli han permesso durante
la primavera:
- poveri, cari compagni di dolore!
-
Tentativi di corse con gambe
tremolanti
ginnastica con ossa scricchiolanti
rivolti al sole
che avidamente bevono
- come assetato acqua nel deserto
- .
Come finisce il canto delle cicale
è rimpianto per quel che
avrebbe potuto
essere nostalgia per un amore
rinunciato
fa scendere una lacrima polverosa,
mentre «quel volto» riaffiora.
Ieri sarebbe stato .... e domani avrebbe ...
Ma è oggi e vive la fatica
di sapere
se domani... sarà ancora
oggi.
Ospedale S. Camillo - Roma: 16/7/1987-Ore
8
Mi sospira, dentro, una vita
perché quegli occhi malinconici?
la bocca perché senza
sorriso?
Passi e ti vedo,
ogni volta mi chiedo perché?
Mi sospira, dentro, una vita
come impressa su tela
o materia robusta.
Dimmi, tu vivi?
Chi ti stampò quella tristezza
in volto
non si cura oggi del tuo pianto
eterno?
Oh! Tu che vivi della vita
l’età più bella,
sorridi:
già troppe nuvole riempirai
delle tue lacrime.
maggio 1967
Mi cibo di versi
per non sentire l'amaro del falso
l’inganno dell'ipocrisia
della falsa amicizia l'adulazione.
Mi cibo di versi
per non vedere l'uomo che corre
incessantemente verso la china
corre verso il baratro
sognando di volare.
Mi cibo di versi
per dimenticare di aver conosciuto
bestie più irrazionali
delle belve
di aver stretto la mano a cadaveri
viventi, per questo mi cibo di
versi.
Mi cibo di versi
per non togliere il pane agli
affamati
per conservare l'acqua agli assetati
per incitare l'uomo ad essere
tale
- ricordagli di essere nato libero
-
per questo mi cibo di versi.
Mi cibo di versi
per non vestirmi di rosso
per non vestirmi di bianco
per non vestirmi di nero
e rotolarmi nel verde in un giorno
di sole.
agosto 1973
Percorro la mia vita
e non mi guardo indietro.
Macino la pietra
districo i rovi
estirpo l’erba dannosa
perché a te questa via
sia lastricata di petali
e illuminata dalle stelle.
Un'eco di passi alle mie spalle
e gli ostacoli divello.
No, non ti soffermare
a guardare
quelle gocce di sangue
E' la tua gioia che trionfa!
L'eco dei tuoi passi
E' musica per me
Le mani non mi dolgono più
e i denti continuano
a macinare la pietra.
IL GABBIANO
Ti incontrai
e mi fosti madre premurosa
come mi comprendesti.
E passarono
le ore dell'attesa, monotone,
eterne.
E il sole
continuava a tingere il cielo
di rosa
di rosso
e tu, mi fosti sorella
affettuosa.
E continuarono i giorni! ...
Una sera
contavamo le stelle, ricordi?
Ci baciammo.
Tra un bacio e l'altro
fu detta una parola
e tu, mi fosti amante
appassionata.
Il sole a picco si tuffava nel
mare
in quella sera triste di autunno;
passò uno stormo di Gabbiani,
vedendoli esclamasti: «sono
una di loro!»
No! Gridai.
E tu avevi già preso il
volo.
Ora nella mia eterna solitudine
medito
e il pensiero di tè mi
da gioia:
so.
Tutte le sere
in riva al mare ti ritrovo
mio Gabbiano.
4 aprile 1961
II dolce mormorio del giallo fiume
mi riporta l'eco degli anni freschi
e di un altro fiume.
Qui son mura, cemento;
lì son pioppi, sassi levigati.
All'ombra del pioppo lancio
e vola sull'acqua un sasso.
Grida gioiose braccia
che annaspano senza stile.
Tuffi goffi
splascete!
E ancora grida, battimani.
Diritto sulla scoglio il campione:
silenzio. Anche il vento tace.
Respiro mozzo, sguardi incantati:
il tuffo del campione.
Battimani, elogi.
Sui sassi levigati il campione
al sole riposa.
Un grido strozzato, tante grida:
parole che s'intrecciano.
Il campione come di rospo il
salto
è nell'acqua.
Parole che si avviluppano
suoni die si confondono.
SILENZIO!
E' nell'aria respiro d'affanno
anche il vento.
Sui sassi rossi al tramonto
un corpo inerte
nelle pupille aperte il fascino
della vita, nello stomaco gonfio
tutta la vita che non ha vissuto.
Mute pecorelle si rincorrono
nell'aria della sera
prima rosso sangue, poi nere.
Un lampo!
Occhi lucidi sui sassi levigati.
Prima lacrime calde
sul corpo inerte
poi anche il ciclo piange.
Il mormorio del fiume mi riporta
l'eco:
eco eterna
dei freschi anni e di un altro
fiume.
28 giugno 195 8
In un cimitero senza croci
bambini giocano a palla con teschi
di uomini di ieri, non di eroi
che raccontano, e dopo quarant’anni,
di come abbassarono la testa
come muli al tiro
asini alla macina
pecore belanti.
Cemento ricordo, non erba in germoglio
buio e umidità, non sole
caldo
lacrime tante per irrorare la
terra
ma affiorano i teschi
- i bambini ci giocano a palla
-
nella luce proiettata da croci
uncinate come bestie gonfiate.
Le parole come bolle di sapone
sanguinano rotolando
sul fiume di sangue che spaccava
il mondo.
Al ricordo dell'olocausto dei
forni
Cristo muore ogni giorno
e muore ancora al pensiero di
altri
forni che giacciono nel pensiero
celato
in bidoni di morte!
I bunker di ieri sono altissimi
oscurano il sole e vendono storie
che non danno più emozioni
se non senso
di rabbia dell’ieri: marchio
di viltà.
Gli uomini di oggi non buoi al
giogo ma veri
attenti a manifestare amore per
la vita.
Sono gli stessi che ieri
giocavano a palla con i teschi
in un cimitero senza croci.
Questi uomini non vogliono parole
rotolanti
su acque putride dalle quali
germogliano
teschi a cui i bambini non possono
dare
calci sulle sopraelevate: morte
del mondo.
gennaio 1978
IL SOGNO E IL PIANTO DELL'USIGNUOLO
Oggi che il canto dell'usignuolo
si fa lamentoso
Oggi che l'usignuolo piange,
ti dicevo, sento
tutta la pesantezza di un sogno
non vissuto
odo ancora, mia cara, il grido
della gente impaurita.
S'avvicina il treno e noi l'aspettavamo
ansiosi
una bambina veniva risucchiata
dall'aria turbinosa
l'afferravo ma ... nelle mani
solo il cappuccio.
Grida strazianti sul marciapiede
affollato
e tu e io piangenti ci abbracciavamo
sconvolti.
L'usignuolo, ogni sera, ritorna a ricordarmi...
Per farmi dimenticare per mano
mi portavi
per strade sconosciute, irte
salite dove
nuvole rosa, campi sterminati
di papaveri ... azzurri
mi davano l'oblio, mentre un
usignuolo cantava alla luna.
Oggi che il canto dell'usignuolo
si fa lamentoso
sento tutta la pesantezza di
quel sogno, mia cara,
che avrei voluto vivere e non
ho vissuto.
Oggi che l'usignuolo piange,
odo solo il grido
come un'eco interminabile, levato
sul marciapiede
«quel giorno» e raccolgo
il sangue che scorga
dal mio cuore!
19 maggio 1976
Avvoltoi come coperta sul corpo
del morente
pronti a cogliere parole del
pensiero
ad ogni lamento di dolore. Il
letto
concavo come amaca - dopo mesi
- l'uomo
alla vista nascondeva dei degenti.
Nella calura, al tacer delle cicale,
iniziava il viaggio della separazione
e il suo stesso sangue confondeva
i lamenti con parole di lascito,
incurante
che la metastasi libero lascia
il cervello:
Condor pronti a soffocar l'angoscia
del morente
per prendere solo quello che
aveva costruito:
niente se i figli ora non una
lacrima
avevano sul ciglio.
Inutile esistenza di un uomo che
ha pensato
solo ad ammucchiar ricchezze
e faticare:
ancora le mani callose a pugno
chiuso aspettano.
Se muore un cane il padrone piange
ma per un padre nulla inumidisce
gli occhi!
Ospedale S. Camillo 15 luglio
1985
UNA VITA FA
Una forte emozione l'anima serra:
voci allegre, volti che nascondono
il dolore
con occhi ridenti, bagnati, luccicanti.
Un treno fra poco staccherà
ragazzi:
rami alla radice per la terra
radiosa.
Uno sguardo e un altro treno appare.
26 settembre del quaranta! Una
vita fa!
Ad una stazione nascosta tra
colline uomini cantavano
accompagnati da fiumi chiacchieroni:
il Tammaro e il Calore.
Solo un bambino popolava il marciapiede
del binario
cercando un volto tra i tanti
festosi forzati.
Un volto era ritornato per un
attimo da un'altra guerra
cantava e tra gli altri la sua
voce si perdeva:
«Addio, mia bella, addio!»
a squarciagola.
Deliro! Chiusi gli occhi ascoltano,
oggi,
«Amico è»
di Baldan Bembo. La pelle s'accappona
Grazie a Dio! I rami di oggi
son diversi
sanno che il mondo è fatto
di uomini
che sanno camminare mano nella
mano,
in armonia, cantando a bocca
chiusa «Amico è» ...
E il treno va con questa gioventù
che rispecchia negli occhi lucidi
il vero sentimento dell'umanità.
26 settembre 1985
ZOLLE ODOROSE DI VITA
2° PREMIO PER SILLOGE INEDITA
AL
«CITTA’ DI VENEZIA» 1991
Chissà se incontrandomi
sulla via Lattea
il cuore batterà ancora
d'amore per te;
se gli occhi nostri avranno ancora
ricordi di bambini da narrare;
se avremo voglia di parlare
dei sogni ad occhi aperti in
riva al mare;
della realtà che oggi
ci attanaglia
di questa realtà tra cielo
e terra
legata ad una nave che senza
motore
porta a toccare le stelle;
tirarle per la coda, giocar come
bambini:
erano sogni amore!
Ti accarezzavo i seni come dune
e tu ridevi, ridevi, ridevi allora.
Ora solo negli occhi tuoi ritrovo
il mondo bambini sognanti in
coro.
4 agosto 1989
QUANDO LE PISTE SU MARTE...
Quando le piste su Marte si accenderanno
e i viandanti del ciclo guarderanno
le autostrade
non vedranno cemento alto fino
a dieci metri
per coprire il verde rimasto
ai bambini.
I bambini allora vedranno
i tagliaboschi che posano la
scure
per riascoltare il canto silenzioso
degli alberi
i contadini guidare ancora l'aratro
per sentire il respiro della
terra.
Appena si accendono le luci sulla
pista di Marte
si ode un coro di bambini che
cantano la pace
e il più piccolo esigere
la pace e il verde
che sulla Terra il cemento armato
gli tolse.
II
Quando fra vent'anni sbarcherò
su Marte
sappilo amore, porterò
il tuo volto
ed esso farà viola il
rosso vivo del pianeta.
I tuoi saluti? Certo! Predicherò
- lo sai -
sempre l'amore che unisce gli
uomini
attraverso l'infinito spazio
del cuore.
7 agosto 1989
Sopra Sirio c'è un remo
che il vento
non strapperà e il sole
non cancellerà
il bell'arancione che lo circonda.
Quel remo lo piantai il giorno
che m'innamorai la prima volta
a ricordo dell'amore.
Il remo è rimasto su Sirio
anche se tu
sei passata ed altri amori cantano
in me
e altre barche cercano un remo
per traghettare un solo amore
8 agosto 1989
Salivano dall'anima lacrime copiose
come ruscello a valle allo sciogliersi
della neve:
quel giorno! Stanza squallida
come la vita:
allora! E tu piangevi! Ed io
piangevo
perché potevo darti solo
me stesso: giorni!
Ma mi amavi! Ti amo e più non ti trovo.
Non inseguire sogni. Diventa salmone
e sali la corrente del fiume
ch'è l'essere
per ritrovarci ancora. Fa ch'io
possa,
mio bene, inondare il tuo ventre
di spruzzi di luna.
7 luglio! 989
Gli astri impietriti si sciolgono
in pulviscolo
perché un granello dica
agli uomini che bene gli voglio.
Gli astri cantano «osanna»
alla mia poesia
che tu «Sole» hai
sparso sulla terra.
Gli astri danzano la gioia, la
bontà di vivere:
la varietà della vita
per Te, Signora:
pane nel pane, acqua nell'acqua
che sfama e disseta.
Gli astri impietriti si sciolgono
in pulviscolo
perché ogni granello mondi
l'uomo
e guardi negli occhi, Signore!
8 luglio 1989
L'uomo sostava incredulo sotto
il sole
mentre tentava di riconoscere
le ombre
che strisciavano lungo le mura
screpolate della vecchia casa.
Un cane dormiva nella piazza
deserta
in quel meriggio infuocato
solo l'uomo dava segni di vita.
Cosi erano i miei giorni d'agosto
a Paduli!
II
Non seppi mai chi fosse la donna
scannata giù a Valle dell'Asino
come non seppi mai il nome
della donna che m'insegnò
il sesso
eppure conoscevo suo marito.
Passava le giornate intorpidito
dall'alcool
e le notti a russare lasciandola
sola
col suo desiderio inappagato
con la sete di sempre.
IlI
Andai dalia mia donna m un giorno
assolato
era settembre e in cuore maggio
cantava.
Come sapeva ridere la donna mia!
Ora è tanto che piange
e non ha colpa.
Piange sull'amore non vissuto
Piange sui giorni passati
Non capisco. E ci sarebbe tanto
da ridere!
E' bella carnosa l'amore mio
braccia di velluto bocca di melagrana
il corpo somiglia ad un'anfora
greca pregiata.
E' bella la mia donna
ma perché piange quando
ci sarebbe tento da ridere?
IV
II corpo ambrato la bocca vorace
erano la mia estate.
Affondavo la testa nella fonte
dell'oblio:
il tuo turgido seno
e bevevo l'acqua del fior di
loto.
La mia primavera era nei suoi
occhi di noce
come al ciclamino l'ombra della
quercia.
L'autunno offuscato da una piramide
spezzata
mi attendeva e tu rapita mi rapivi
chi pensava all'inverno?
V
Inferno rapisce la mente
L'interminabile solco spaventa
lo sguardo
ferisce gli occhi che vedono
solo fiamme
sono quelle che mi bruciavano
in petto
ad ogni tuo bacio come Dio l'uomo
lasciando una grave vaghezza
nell'anima.
Era sotto l'ombra del mio corpo
stillava gocce di luce luminosa
ma assente inseguitrice del passato
mi lasciò solo in questo
Inferno
che rapisce la mente
travolta dalle fiamme.
VI
La sera si accende sempre di luce
sanguigna
ai tuoi occhi bramosi ché
la bocca sinuosa
chiede baci e baci da come sorsi
d'acqua sorgiva
per l'anima che attende una sola
parola
ma avidamente bevi dalla mia
bocca
mentre l'anima attende sempre
«quella parola».
VII
Era il ricordo doloroso
di quell'interminabile giorno
di settembre
che mi faceva assente ai tuoi
baci.
Quell'infinito giorno di fame
che si voleva saziare con un
«tozzo» di pane
verde. Piangeva non solo il mio
stomaco
- io presto padre lacrimavo non
per me -
Quel giorno costantemente presente
mi allontana ai tuoi abbandoni
perché la fame di allora
si disperde
e voglio ricordarla ai bambini
di oggi
che giocano sulle sopraelevate
e non sanno che l'amore albeggia
sulla fronte di tutti basta
cogliere il raggio di sole.
L'interminabile giorno di settembre
vive sulla tua bocca
come l'amaro del pane verde nel
mio cuore.
14 settembre 1989
Dissi a mio padre: voglio venire
con te
- era appena ritornato dalla
guerra
il pomeriggio estivo annunciava
una tiepida notte -,
mi prese per le ascelle e mi
issò sulla canna
della bicicletta; come pedalava,
senza ansare.
Non guardavo la strada. Volevo
imprimere
quel volto nella mente - un volto
che avevo solo visto in fotografia
-
gli sentivo il cuore cantare
contento
di stare con me com'io con lui.
Pedalava e parlava di case bianche,
assolate; di gente che odiava
gli spari
e donava sé stesso per
un pezzo di pane duro.
Capii che la campagna d'Africa
era per lui
un tormentoso ricordo, più
che la prigionia.
Parlò per quarantotto
chilometri palesando
la sua solitudine e l'amore per
una donna
che gli aveva dato una figlia:
era il suo dolore.
Non disse altro che nell'ombra
lunga
della prima sera le case apparvero
come manieri oscuri e misteriosi.
II
L'arcata della porta affumicata
contrassegno della casa dove
giunsi
che il sole se n'era andato da
un po’.
Contro gli alberi di fronte la
casa
a protezione del burrone strisciavano
ombre stanche, avvinazzate, morte
alla vita
che la confusa oscurità
ingigantiva,
appiattiva, ingrossava mettendomi
dentro
ansia e tremore. Bussai alla
porta
una voce robusta ma chiara tuonò.
Risposi ciò che mi veniva
suggerito.
La notte la passai sotto un pruno
ed ero affamato.
Al chiarore dell'alba mille gocce
dorate
pendevano sulla mia testa:
mangiai prugne anche per la sera
precedente.
Ritornai alla casa dall'arcata
affumicata
sulla porta un cartello annunciava:
vendo tutto!
Il nonno materno con una sella
in mano
uscendo dalla porta borbottò:
«Si dorme male all'aperto
e a stomaco vuoto!?»
Sospirai. E lui... «Cosi
impari ad essere te stesso!»
IlI
M'hanno detto che sei morto
ma io ti sento, ti vedo, mio
usignuolo,
volare libero, cantando la canzone
della vita.
Mio passerotto non più
rannicchiato
sotto l'albero a cercare la «mollichella»
ripetendo all'infinito il tuo
cip-cip.
T'ho visto Gabbiano difendere
il tuo nido
e quel triangolo di terra dove
regnavi libero.
Senza involucro t'ho sentito cantare
l'inno dell'amore: l'amore di
tutti hai cantato
ed io l'ho visto vivere tra limoneti,
aranceti e terra arida, sassosa.
Cantavi cosi imperioso che la
natura tutta s'azzittiva!
M'hanno detto che sei morto
ma io ti sento ancora cantare
libero, senza involucro, l'amore
che ti permette di stringere
la mano
senza guardare il colore della
pelle
senza domandare i pensieri della
mente.
M'hanno detto che sei morto
ma io odo il tuo canto «mio
usignuolo»
perché sei vivo in me
finché anch'io vivrò.
9 novembre 1989
Orrore della caverna platonica
mi accappona la pelle
al pensiero dell'autunno che
come spenta musica d'organo lascia l'eco imprigionata nelle navate di vuota
cattedrale.
Acqua porta parole fiume verso
il mare.
Come Narciso mi specchio e tremo
pel fratello
che ha ornato gli alberi lungo
la via Appia,
per i corpi penzolanti che sfiorano
l'erba dei «calanchi»,
per Salvo D'Acquisto che s'immolò
nel credo
di un arcobaleno splendido: piango
di speranza.
Non voglio pensare che è
morta! Lasciatemi entrare
nella grotta sottomarina ché
possa vederla
che possa sentirla nel profondo
del cuore,
splendere radiosa sul volto dei
fratelli, tutti.
Quando invecchierò penserò
a questa paura prigione
e alle storie che non scrissi,
ai timori e ai sorrisi
delle sorelle morte cent'anni
fa, senza sapere,
con una bambola cullante tra
le braccia.
Se avessero saputo forse avrebbero
anch'esse lottato con me.
Ci dicevamo tutto senza paura
e giocavamo a calcio col mappamondo
affinché gli uomini vomitassero
il male
e con le parole formare un nuovo
alfabeto
per scrivere solo vocaboli d'amore.
Ho la sensazione che abbia messo
da parte
il mappamondo e ripeta come una
cantilena
demenziale le lettere lasciate
in fondo al mare
quando il nostro amore fioriva
come un giglio
quando profumava come il bene
quando sembrava eterno come la
Creazione:
lettere affondate dalla nostra
forza
come quelle che usavamo dando
calci potenti e ridevamo
gridando parole sconnesse
come Conti, Maradona e Pelè
dopo aver fatto un gol.
Ci dicevamo tutto senza paura
giocando a creare l'amore giorno
per giorno.
Ma Conti è invecchiato,
Maradona sbaglia i rigori
e Pelè non gioca più
da anni
Ci dicevamo tutto senza paura
perché anche una partita
di calcio
è un bellissimo gioco
d'amore.
8 ottobre 1986
ALTRE CROCI AFFONDANO NEL CUORE
Altre croci affondano nel cuore
più di quelle inchiodate
lungo la via Appia
più di quelle disseminate
nel gelo della steppa
più di quelle appuntate
sul petto dei carnefici.
Altre croci dilaniano il mio
cuore.
Altra fame soffoca lo stomaco
più di quella sparsa da
Hitler
più di quella sofferta
alle porte dei forni
più di quella invocata
prima della morte.
Altra fame soffoca lo stomaco.
La stessa voce si leva fino al
cielo
più forte di quella dell'eccidio
di Erode
più tonante di quella
degli spagnoli nel trentasei
più potente di quella
dei bambini del quaranta.
La stessa voce si leva fino al
cielo.
Aridità ha investito gli
occhi dell'uomo
più del ruscello disseccato
e spoglio
più del fiume senza flora
più del deserto sconfinato
d'Africa
- ora tormentato da cingoli e
fiamme -
solo sangue irrora la terra e
gli occhi.
Dio trema. Mentre una nuvola
nera ammantella il globo
la voce vigorosa dei bambini
esige la vita.
Un tiepido raggio di sole assale
la terra
e le croci che sbranano il mio
cuore
si conficcano violente nel cervello
putrefatto
di chi nascosto come talpa ordisce
la guerra.
23 gennaio 1991
Hai respirato libertà dopo
la morte
ora ti cibi di zolle odorose
di vita.
Alla vista dell’uomo scappi come
un cerbiatto
desiderosa di bere il cielo e
il sole.
Hai paura dei serpenti e abbracci
le zolle
rimosse per nascere amore
questo chiedi, ma ti vogliono
in gabbia.
Vivi tra sempreverdi alberi
dei monti perseguitata da una
gabbia
in cui dormono milioni di serpenti.
8 settembre 1982
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Senza firmai XXXIII Congresso del Cenacolo Spadaro» - IL QUOTIDIANO (NA) 2.6.54 Senza firma XXXIII Convegno del Cenacolo Spadaro» - IL GIORNALE D'ITALIA 3.6.54
Enzo V. Mormorale: prefazione
a «NOTE E MOTIVI» (Poesie) - 13.4.1955
Francesco Bruno:«Nuova
generazione di poeti» - ROMA, Napoli 8.8.1955
Luigi Pepe. Tre poeti all'esame»
- IL GIORNALE - Napoli 12.11.1955
Ennio Velardi: «La poesia
di Reno Bromuro» - Profilo di Poeti. Gruppo Culturale YMCA -Roma
12.2.1967
Gino Spinelli de' Santelena: «Reno
Bromuro: Poesie» - PENSIERO ED ARTE, Bari 1.1972 Gispides:
«La Compagnia I CORINTI
al teatro de" Satiri di Roma» - PENSIERO ED ARTE , Bari Gennaio 1972
Copertina «I CORINTI» in «... Quella maledetta ...» - LA SETTIMANA A ROMA n. 3 anno XXII-21/27 gennaio 1972
Foto: «Artisti a Castelnuovo di Porto» - IL MESSAGGERO, Roma 22.2.1972
Ezio Zocaro: Alle Muse «...Quella maledetta ...» - MOMENTO SERA, Roma 29.2.1972
Senza firma: «Un dramma della droga» - IL SECOLO DTTALIA 5.3.1972
Francesca V. Ingoglia: La compagnia «I Corinti»: Teatro rivelazione - LA VOCE NUOVA DELLA REGIONE, Bari 23.2.1972
Gino Spinelli de ' Santelena: «La poesia di Reno Bromuro» - BARI SPORT 2.2.1972
Francesca V. Invoglia: I Corinti in «...Quella maledetta ...» di Reno Bromuro - LA VOCE NUOVA DELLA REGIONE, Bari 7.4.1972
Manuela: «Reno Bromuro attento scrutatore della psiche, vibrante poeta lirico» - MARMAN , Sanremo 27.6.1973
Berevice: «Le Olimpiadi del Talento» - PAESE SERA 13.9.1973
Senza fìrma: «Talentiade a Roma» - LA SETTIMANA A ROMA 14- 20/9 e 5-11/1973
Tamburini: «Talentiade a Roma» - MOMENTO SERA - IL TEMPO - IL MESSAGGERO 18-21-23/9/73
Filippo Fichera: «E' morto un uomo» poesia di Reno Bromuro - CONVIVIO LETTERARIO Milano 5/9/1973
Senza firma: «Sviluppo del teatro «IL BUGIARDO» di Goldoni diretto da Reno Bromuro -IL VIGNOLA, Castro de' Volsci 19/5/1974
Nino De Tolìis: «Chiamale come ti pare (Chierechella)« presentazione dell'opera - TEATRO DE TOLLIS, Roma 19/6/1974
Ezio Zocaro: Le prime a Roma «Chiamale come ti pare» - MOMENTO SERA 20/6/1974
Marco Politi: Le prime Teatro «CHIERECHELLA» - IL MESSAGGERO 23/6/1974
Senza firma: Alla 239 Tornata del Cenacolo Spadaro:« Reno Bromuro e IL RACKET DELL'ARTE» conferenza - IL CORRIERE DI NAPOLI 6/12/1974
Roberto De Sio;«0cchi che non capivano» poesie di Reno Bromuro - ANSA n 489 (24/2/75)
Gioacchino Chiparo: In libreria «Occhi che non capivano» - IL CITTADINO, Asti 8/3/75
Aldo Majolini: Libri della settimana «Occhi che non capivano»- LA SETTIMANA A ROMA 6/3/1975
Gioacchino Chiparo: «Incontro a Trieste con Reno Bromuro» IL CITTADINO, Asti 27/3/1975
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Ugo Perniala: Reno Bromuro «Occhi che non capivano» - NUOVI ORIZZONTI A.XIV n. 4/75
Gioacchino Chiparo: «Occhi che non capivano» poesie di Reno Bromuro - VALORI UMANI, Napoli aprile 1975
Franco Scozia :«0cchi che non capivano» - RIBALTA, Napoli aprile 1975
Giudo Massarelli:«Reno Bromuro: Poeta dei Continenti» - IL PUNGOLO VERDE , Campobasso aprile 1975
Gildo Matera: Libri in vetrina: «Occhi che non capivano» - COMUNITÀ' NUOVA, Maggio 75
Vincenzo Savarese: «Occhi che non capivano» - LA NUOVA VOCE, Salemo 10/7/1975
Antonietta Lamorte:«Il Premio Città di Roma assegnato a Reno Bromuro» - MESSAGGIO D'OGGI, Benevento 10/7/1975
Armando Rositani: Alla ribalta della cronaca d'arte: Reno Bromuro - Poeta, narratore, saggista e drammaturgo - STAMPA SUD, Foggia 25/7/1975
Armando Rositani: Premio «Città di Roma» OCCHI CHE NON CAPIVANO - STAMPA SUD, Foggia 25/7/1975
Silvio Bellezza: Reno Bromuro: «Occhi che non capivano» - CONTROCAMPO, Torino anno II n 2 (1975)
Antonietta Lamorte: A «Occhi che non capivano il premio Città di Roma»- LA VOCE DELLA REGIONE, Bari 23/7/1975
Gino Spinelli de ' Santelena: Reno Bromuro «Occhi che non capivano» - PENSIERO ED ARTE - Luglio/agosto 1975 - Bari -
Ottavio Prodieri: Reno Bromuro in «Occhi che non capivano» - CONTROVENTO, Alanno (Pescara) agosto 1975
Paolo Diffidenti:Cronache letterarie: Premio «Città di Roma a Reno Bromuro per la poesia edita: Occhi che non capivano» edizioni ANDROMEDA - CIMENTO, Roma 31/8/1975
Otello Martinetti: L'attività del Centro - CIMENTO, Roma agosto 1975
Armando Rositani: «Occhi che non capivano» - LA VOCE DELLA REGIONE, Bari 12/11/75
Rosario Arcuri: «Occhi che non capivano» poesie di Reno Bromuro - REPORTAGE anno XI Vnl2 dicembre 1975
A.R.:Reno Bromuro contro «IL RACKET DELL'ARTE» - STAMPA SUD, Foggia 15/3/76
Senza firma: IL GIORNALE DI ROMA 22/3/1976
Gino Spinelli de ' Santelena: Prossima pubblicazione della rivista «IL BARICENTRO» -PENSIERO ED ARTE, Bari n. 4/1975
Marcello Eydalin: «Poeti a convegno» - CIMENTO, Roma aprile 1976
Ruggero Marino: «I Corinti» solidarietà per il Friuli - IL TEMPO, Roma 10/5/1976
Senza firma: «CARNET» - IL CORRIERE DI NAPOLI 5 ottobre 1976
Senza firma: II Baricentro a difesa dell'Arte» - GABBIOLA, aprile 1976
Senzafirma:«Alla fondazione Panzironi» - CORRIERE LAZIALE, Roma 1976
Egidio Muraglia: «Contro il Racket dell'arte» - DIAFORA - 1976
A.B.S.: Profilo di poeta «Reno Bromuro» - MIRAGGIO, Floridia (Siracusa) 1978
Effél: «Occhi che non capivano» - MIRAGGIO, Floridia (Siracusa) 1978
Mariella Grande: «Teletalentiade 1979» - IL CORRIERE DI ROMA 25/11/1979
Senza firma: «Talentiade Camugnano» - IL RESTO DEL CARLINO 9/9/1982
Mauro Donini: «Conclusa la Talentiade» - LA PROVINCIA, Bologna gennaio 1983
Senza firma: «Talentiade a Paduli» - IL MATTINO, Napoli 1985
Eduardo Falbo: «La Talentiade dietro le quinte» - PAESENUOVO 12/8/1985
Gaetano N. Spadaro: «II Pentapoeti» presentazione di Reno Bromuro - CENACOLO 23/2/86
Gaetano N. Spadaro: «La poesia della vita» conferenza di Reno Bromuro - CENACOLO 23/3/1986
Panorama: Al Centro Letterario del Lazio «Reno Bromuro presenta il suo SE M'ADDORMENTO». Il volume è stato scritto e stampato dall'autore in polemica con i comuni canali editoriali. - LA REPUBBLICA 1/4/1987
Senza firma: Assegnati i premi «Città di Benevento» - BENEVENTO 13/7/1986
Senza firma, i Pittori della «Poesia della Vita» - IL PUBBLICO, Roma 26/2/1987
Augusto Giordano: «Occhi che non capivano» - GR2 - 16/2/1987
Giuseppe Selvaggi: Presentazione del libro «SE M’ADDORMENTO» - QUADRATO DI IDEA
Agusto Giordano: Intervento alla 6 edizione del Premio Città di Palestrina: «L'Autore dell’Anno» 20/8/1989
PaoÌo Diffidenti: Presentazione
del libro «Camminare Cantando» Roma 8/2/1990.
PREMI ED ENCOMI
1975 - 4 classificato per la poesia «CITTA' DI OPLONTI» Diploma d'onore per la poesia «S. BENEDETTO» Diploma d'onore «S. VALENTINO» per la poesia Encomio solenne per la poesia «PLURISMO» di Pescara Premio MILLEPINI S. Polo de' Cavalieri
1 classificato «Città di Roma» per la poesia edita «OCCHI CHE NON CAPIVANO»
1976 - 3 classificato Premio «II letterato» (Cosenza) per la poesia inedita «Camminare cantando»
1980 - 2 classificato per la saggistica «CITTA' DI TOLFA»(II racket dell'arte e il valore umano della poe sia)
4 classificato al «CITTA' DI TOLFA» per la raccolta «LA PAZZA ED ALTRI RACCONTI»
Diploma di merito per la poesia «CITTA' DI TOLFA»
Primo Premio a «IL PAVAGLIONE» (Bologna) per la poesia edita «OCCHI CHE NON CAPIVANO»
Encomio solenne per la poesia religiosa Finalista d'onore per la poesia «ARTE VIVA» 1982-3 classificato al premio per la poesia «CITTA' DI BORETTO» Menzione d'onore al «CONTEA DI MODICA»
1983 - Diploma per una poesia per la pace, Torino 1985-
2 Premio per la narrativa «LA FIGLIA DI PULCINELLA» AL «CITTA' DI PALESTRINA»
2 PREMIO LETTERARIO - L'AUTORE DELL'ANNO -»
Premio «ENRICO BERLINGUER» per la poesia.
Coppa «Bontempelli - Marinetti» per la poesia inedita «IL VASO DI CRISTALLO» -
Primo premio per la silloge inedita (II vestito più bello) al «CITTA' DI ROMA)
1986 - Diploma di merito al «PREMIO MONTESACRO» per la poesia
SEGNALAZIONE SPECIALE AL «CITTA' DI BENEVENTO» PER LA SAGGISTICA STORICA: «PADULI SUL CALORE - ORIGINE - TRADIZIONI -SUPERSTIZIONI»
1987 - Primo premio per la narrativa «LA FIGLIA DI PULCINELLA» al «CALABRIA DOMANI»
1988 - Primo premio per la saggistica alla «XXIX EDIZIONE CITTA' DI PAESTUM» con il saggio «NARCISO E LA TOTALITÀ' DELL'ESISTERE NELLA POESIA DI G. SELVAGGI»
La slessa opera ha vinto il 2 premio per la saggistica al «VILLA ALESSANDRA» di Alanno. 3/8/86.
1989 - Primo premio per la silloge poesia inedita (Dove vai. Uomo?) al «CITTA' DI PALESTRINA 6 PREMIO LETTERARIO - L'AUTORE DELL'ANNO - »
1990 - 3 Premio al «CITTA' DI VENEZIA» per «CAMMINARE CANTANDO» (Poesia)
2 Premio per la poesia singola : XXXI Ed. «CITTA' DI PAESTUM»
2 Premio per la saggistica: «CITTA' DI AVELLINO» 1991 –
3 Premio al «SILARUS»
per la saggistica. 2 classificato al «CITTA' DI VENEZIA» per
la poesia inedita «ZOLLE PROFUMATE DI VITA»
CARICHE ACCADEMICHE
1954 - «CENACOLO SPADARO» - NAPOLI -1969 - «CONVIVIO LETTERARIO» - MILANO -
1972 - «NUOVI AUTORI» - MILANO -
1973 - «CLASSE NOBEL» - MILANO -
1974 - «GENTIUM PRO PACE» - ROMA -
1975 - «ACCADEMIE INTERNATIONAL DE LUTECE - PARIGI -» (Direttore organizzativo per i programmi culturali in Italia) 1975 - COLUMBIAN ACCADEMY S. LOUIS MISSOURI
1975 - GUGLIELMO MARCONI - ROMA -
1976 - «CLASSE NOBEL - MILANO - CONSIGLIERE DI MERITO »
1983 - «D'ONORE - CITTA' DI BORETTO»
1985 - «INTERNAZIONALE DI PONTZEN - NAPOLI - ACC. DI MERITO»
1988 - «ACCADEMIA DI PAESTUM - ACC. DI MERITO» (per il contributo notevole offerto alla rivalutazione del patrimonio letterario italiano con la sua vasta opera d poeta e di saggista - 26.9.1988 -)
1988 - «PENSIERI ED ARTE» per meriti artistici e culturali conseguiti in campo nazionale ed intemazionale.
1991 - D i merito «AD HONOREM» CENTRO CULTURAL, LITERARIO E ARTISTICO DE «GAZETA DE FELGUEIRAS» (Portugai)
OPERE EDITE
NOTE E MOTIVI (poesie) Pref. di Enzo V. Mai-morale, C. Armami Napoli 1955
IL VASO DEI SOGNI PERDUTI (dramma) - C. ARMANNI NAPOLI 1956
IL CANTO DELL'USINOLO (poesie), Gabrielli editore Roma 1971
OCCHI CHE NON CAPIVANO (poesie), edizioni Andromeda Roma
1975 SENZA LEVATRICE (poesie), Albatros editrice Roma
1983 SE M'ADDORMENTO (poesie), Edizione in proprio Roma
1986 NARCISO E LA TOTALITÀ' DELL'ESISTERE NELLA POESIA DI GIUSEPPE SELVAGGI (saggio). Edizioni Rovi - Roma
1986 CAMMINARE CANTANDO (poesie). Ed. A.I.A. «POESIA DELLA VITA» -Roma
1989 «PADULI SUL CALORE» - ORIGINE - TRADIZIONI - SUPERSTIZIONI - C.E. MENNA - AVELLINO 1991 «NARCISO E LA TOTALITA’ DELL’ESISTERE NELLA… - URSINI – CATANZARO
1992 «POESIE DELLA VITA» - URSINI EDITORE – CATANZARO
OPERE DI TEATRO RAPPRESENTATE
PASCALINO ‘0 PISCATORE - 1953
(Compagnia Talia)
IL VASO DEI SOGNI PERDUTI - 1956/57 (Compagnia Talia del Centro Sperimentale di Arte Neorealista - C.S.A.N.)
QUELLA MALEDETTA ...- 1971/1972 (Compagnia di prosa «I CORINTI»)
I GIORNI DEL CAOS 1979/80 (Compagnia di Prosa «I CORINTI»)
LE MANI SU ...1980/81 - 1982/83 - 1984/85 – 1998/99 2000/01 - (Compagnia di prosa «I CORINTI»)
IL CORPO - 1986/87 (Compagnia di prosa «I CORINTI»)
SULLA SPIAGGIA - 1989 (Compagnia
delle Scuole Media Statale «ANDERSEN» e «S. GIORGIO»
Roma
CENNI CRITICI SULLA POESIA
«...giunge al travaglio dell'espressione artistica solo per intcriore coercizione, ne ozi, in effetti, ne facilità di esistenza, ne tranquillità di ambiente sono nella sua vita o vi sono in quantità tale da consentire a lui quegli abbandoni spirituali e verbali che caratterizzano l'arte cosiddetta «fiore di serra». Mancano in questi versi, lacrime di alambicchi: come quelle di un famoso poeta antico, esse sanno d'uomo: «HOMINEM SAPIUNT».» Da «NOTE E MOTIVI» Enzo V. Marmorale
'<-.. I versi di Bromuro sono delicate notazioni di sentimenti semplici, ma fermamente e limpidamente espressi, che traggono la loro origine dalla vita quotidiana e dalle risonanze che l'autore avverte nel suo intimo a contatto della realtà che lo circonda, sono note che per lo più sembrano tenue e fugaci, ma risuonano a lungo nell'animo dell'attento lettore che sappia trascegliere e coglierne i motivi più profondi.» Da «IL GIORNALE» 12.11.1955 Luigi Pepe
«... I canti di Bromuro sono intrisi di pacata delicatezza, si snodano liberi e cristallini. Le cose sono dette semplicemente ed efficacemente, senza complicazioni intellettualistiche.» Da «ROMA» 8.8.1955 Francesco Bruno
«... La gamma dei Motivi poetici che ispirano Reno Bromuro è molto ampia e va da un realismo essenziale, che aderisce ai fatti e li penetra, come nella lirica «IN TRENO UN SERA» (... è morto un uomo! / Ed io più forte sentii / il desiderio / di saperti in attesa: / creatura di vita / per l'altra viva creatura), a una movenza melodica che corre piana, soffusa da un sentimento appena accennato come ne «LA VITA» (... vale soltanto, amore / nel timore del nulla in agguato / tenersi per mano ...).
Nel concludere questo profilo essenziale, devo confermare che, (...) si tratta sempre di poesia che attinge ad una profonda e sofferta ispirazione. Ennio Velardi: Profilo di poeta, YMCA 12.2.1967
«Poesia in cui alita e freme un lirismo non facile a riscontrarsi nei tanti libri che oggi infestano il mercato editoriale. Ciò perché l'autore sente intimamente l'allo valore e il recondito significato della poesia e ne fa lo scopo della propria vita densa di dolori, sacrifici, sogni e aneliti di conquista, che portano la sua anima in alto.»
Gino Spinelli de' Santelena Da «PENSIERO ED ARTE» Gennaio 1972
«...Bromuro si conferma poeta di una forza realistica impressionante. Il suo canto d'amore ma anche di denuncia e di rivolta, espresso non solo con la ineccepibile composizione dei versi ma anche con l'impeto della sincerità. Esponente di quella cultura centro meridionale (è nato a Paduli in provincia di Benevento) che, da sempre, è stata il fulcro della vita intellettuale del nostro Paese, Bromuro, in questi tempi di smarrimento ideologico e di falsi idoli tiene ben alta, come del resto ha sempre fatto, la bandiera della verità nella poesia.» Da «SETTIMANA A ROMA» Aldo Majolini
«...Questa di Reno Bromuro non è poesia che pone il limite di una determinata epoca o di un sistema, ma è l'incisione contemporanea dell'elemento essenziale cui determina e unifica molti elementi particolarmente contenutistici e viene sistemata in una visione artistica di questa irrequieta società». Da «IL CITTADINO» Gioacchino Chiparo
«... Bromuro presegue ancora nel suo impegno di denuncia delle realtà sociali, reso più efficace dalla schiettezza e semplicità del verso che scorre facile con la cadenza del «parlato» e alieno da sovrastrutture retoriche, innalzandosi in vera e propria arte in certe immagini di verismo eccezionale...»
Da «CORRIERE VENETO» 22.4.1975 D.S.F.
«... Il verso è sciolto,
incalzante come gli avvenimenti, come le sole favole che ha imparato a
conoscere: quelle dei mostri d'acciaio, dell'odio, del disprezzo della
vita umana».
Da «COMUNITÀ NUOVA» - Maggio 1975 Gildo Matera
«...Versi tutti percorsi dai forti sentimenti di un'infanzia dolorosamente vissuta. E' questa di Bromuro una poesia distaccata da qualsiasi corrente, da qualsiasi moda, priva di scuola, ma concretamente sollecitata da una bruciante personale carica di consapevolezza che nulla concede all'effettistico».
Da «NOTIZIARIO BIBLIOGRAFICO - ANSA» n.489 Roberto de Sio
«... Quella di Bromuro è una pesia che, staccandosi dal filone tradizionale, conserva quel misterioso ingrediente capace di farci soffrire e gioire avvicinandoci, accomunandoci all'anima del poeta».
Da «CONTROCAMPO» Silvio Bellezza
«... Bolla a sangue i fautori della cosmica tragedia, raccogliendo in queste pagine, tutte le sue pene e le sue tristezze ... Le leggano soprattutto i giovani per trame utili e indispensabili insegnamenti».
Da «PENSIERO ED ARTE» - Aprile 1975 Gino Spinelli de' Santelena
«...Nell’anticonvenzionalità della trascrizione di sapore neorealista c'è la coralità delle molteplici facce del dolore... La sua è una speranza che nasce ogni giorno nel «silenzio», un silenzio che prepara la riconciliazione con la vita, con Dio».
Da «NUOVI ORIZZONTI» - Aprile 75 Ugo Perniola
«...vi ho rintracciato una meravigliosa freschezza di immagini ed un «impegno» politico e sociale (nel senso più alto delle parole) che io non sospettavo, essendo rimasto, nella conoscenza della sua poesia, a «NOTE E MOTIVI» dell'ormai lontano 1955».
Luigi Pepe, direttore del «GIORNALE ITALIANO DI FILOLOGIA»
«...Ogni poesia è
un fotogramma, un avvenimento scolpito nei versi; ma in ognuna c'è
l'esaltazione dell'olocausto».
Da «VOCE NUOVA DELLA REGIONE» Armando Rositani
«la poesia di Bromuro è moderna, i suoi versi a volte sferzanti fino quasi alla monotonia nel loro ripetersi; a volte musicali e teneri, possono destare rabbia o entusiasmo, ma non lasciano mai indifferente. Il lettore è trascinato dalla forza da cui il poeta stesso viene trascinato e alla fine, si ritrova librato nello stesso volo con cui il poeta s'innalza per gridare. «AMORE». Antonietta Lamorte: IL CANTO DI RENO BROMURO: «una voce nel deserto» (recensione a: CAMMINARE CANTANDO)
«Ogni raccolta di poesie di Reno Bromuro affronta il problema che il mondo attuale chiede, in grande libertà: vivere con i sentimenti che noi esprimiamo, in un tutto tondo vibrante d'amore per il prossimo, anche in quelle che, gelosamente, non ha messo in circolazione, per pudore.» Giuseppe Selvaggi:«PRESENTAZIONE DEL LIBRO SE M^ADDORMENTO» (Quadrato di IDEA 17.1.1986)
«Dal principio alla fine, questa raccolta di poesie (CAMMINARE CANTANDO) è un crescendo di forza e di speranza, e il poeta ne è talmente compenetrato da identificarsi, a poco a poco, con quella umanità da cui in principio sembra distaccato».
Paolo Diffidenti: PRESENTAZIONE DEL LIBRO CAMMINARE CANTANDO» (Centro Letterario del Lazio: 8.2.1990)
«la poesia di Bromuro, da «OCCHI CHE NON CAPIVANO» a «SE M^ADDORMENTO», a, per non andare oltre, «CAMMINARE CANTANDO» è una poesia che, definirei, filmica. Si, perché ogni volta che la leggo vedo le immagini come se assistessi alla proiezione di un film. E, ogni volta, è una commozione ed emozioni irrefrenabili mi avvolgono facendomi vibrare col poeta».
Augusto Giordano giornalista GR2:
Intervento al «6 PREMIO LETTERARIO - L'AUTORE DELL'ANNO - CITTA'
DI PALESTRINA 1989» (20.8.1989)
CENNI CRITICI SUL TEATRO
«II 1972 è stato l'anno della rivelazione della compagnia di Prosa «I CORINTI» diretta da Reno Bromuro e molti giornali hanno criticato positivamente, sia l'argomento del dramma che la regia». Da «LA VOCE NUOVA DELLA REGIONE - Bari».
«Un processo che a tutte le apparenze si riferisce ad avvenimenti abbastanza recenti propone un esame dei motivi che possono indurre un gruppo di giovani a diventare vittime d'un certo «giro» in cui l'irrequietezza di alcuni si mescola alla desolazione e allo squallore di altri ...» Da «MOMENTO SERA» Roma
«I CORINTI dopo aver rappresentato «...QUELLA MALEDETTA...» una denuncia sui pericoli della diffusione della droga fra i giovani, ritornano con una novità di Reno Bromuro «CHIAMMALE COMME TÈ PARE» (Chie-rechella).
Diciamo subito che non si tratta di una formazione sperimentale e di avanguardia, come negli ultimi tempi se ne sono viste nell'area partenopea, bensi di una Compagnia tradizionale, con il chiaro proposito di denunciare in forma popolare e realistica determinate realtà sociali del nostro tempo. La commedia di Bromuro, in due tempi, (dopo un prologo drammatico che vede, durante una violenta manifestazione di massa, la morte di un giovane innocente), si sviluppa nell'abito di un quadretto familiare all'insegna del bisogno, reso maggiormente teso dalle gravi difficoltà economiche». Da «MOMENTO SERA» Roma
«... I due giovani Marcella ed Enrico, si dedicano con passione alla contestazione per un domani migliore. Tra i due poli - negativo e positivo - si svolge la vicenda della commedia che potrebbe agevolmente inserirsi in un certo filone di teatro popolare dialettale. Da «IL MESSAGGERO»Roma
«... La commedia di carattere popolare e sociale, s'inserisce nel solco della migliore produzione napoletana».
Da «LA SETTIMANA A ROMA» Roma «...La nuova commedia in due tempi di Reno Bromuro dal titolo: «CHIAMMALE COMME TÈ PARE (Chierichella)», si inserisce nel solco della migliore tradizione partenopea. Il suo autore si può, senz'altro, definire uno dei maggiori eredi di una tradizione che con Eduardo De Filippo ha conquistato respiro universale». Nino De Tollis - Roma.
«Va dato atto della buona riuscita della manifestazione, al regista Reno Bromuro che ha saputo realizzare uno spettacolo veramente vivo, attuale e interessante, mettendo in luce una delle piaghe più cancerose che affliggono la nostra società.» Da «PENSIERO ED ARTE» - Bari -
«I GIORNI DEL CAOS: una
trasposizione al presente della passione del Cristo del cui martirio siamo
tutti responsabili come Umanità che - senza limiti di tempo e di
spazio - vive colpevole del sangue della Croce, della fine dell'innocente
che ieri, come oggi, continua a morire. «Io non volli capire ...
e fu la guerra. - Io non volli capire e continuo a tradire chiamandomi
Giuda». - Io non volli capire e lacrime e sangue ribollono nella
gelida tomba del Cristo. Un Cristo al femminile, nella sofferta interpretazione
di Viviana Ruzzoli, perché, nella fratellanza universale, Cristo
è Umanità che si fa Amore. Ed è questo amore di cui
oggi noi abbiamo bisogno. Un bisogno che è necessità di vita,
necessità di credere per andare avanti nonostante tutto, in un mondo
che noi uomini abbiamo disumanizzato». Da «IL CORRIERE DI ROMA»
(Mariella Grande).
ALCUNE ESPRESSIONI CRITICHE DEI LETTORI
Lirica robusta e di stile energico. (Angel Cao, Cagliari) Vero inno contro la violenza e la sopraffazione (Edgardo Perini, Rimini) Vero gioiello della cultura contemporanea. (Salvo Santucci, Pescara) Ho avuto un brivido continuo di commozione. (Selim Tietto, Padova) Quando il ricordo diventa poesia. (Luisa Petrarca Anglisani, Aversa) Lo snodarsi del verso non è vocabolo ricercato e basta, per una presenza reale, nell'intimo affascinato dalla bellezza, pura e semplice, delle liriche. (Nunzia di Turi, Triggiano)
E' elevata poesia, moderna di
forma, autentica di contenuto, voglio dire di contenuto immanente. (Walfrido
Giannobi, Bologna) Mi compiaccio per questa poetica ala, cosi ispirata
ed elevata, che solleva in poesia il materialismo che ci circonda. (Emesto
Eula, Roma) Meravigliosa capacità di interpretare il dolore, la
sofferenza; lo fa con la chiarczzza di un acquarello. (Anna Maria Serio,
Brindisi)
SCRITTI PUBBLICATI SU RIVISTE
E GIORNAALI
NARRATIVA
«LA SCALATA» (racconto) «L'ECO DEL POPOLO», Salemo 5/7/1954 «... E IL TRENO CORRE» (novella-riassunto della commedia omonima scritta nel 1946. Furono fatte le prove, ma non fu messa mai in scena, nel 1948 a Paduli, col risultato di aver perduto il copione), «POSILLIPO» Napoli, 1955
«AL GIANICOLO, UNA SERA» (novella) «IL TEMERARIO», Genova gennaio 1974
«AISCIA» (racconto) «PENSIERO ED ARTE», Bari anno XL, n. 4 ottobre/dicembre: 1985
POESIA
«PAROLE D"0' CORE» «POSILLIPO», Napoli Anno IV, n.l - Gennaio 1953
«RIMPIANTO» «POSILLIPO», diretto da Amedeo Greco, Napoli anno IV, n.2 - Febbraio 1953
«SABATO SANTO» «POSILLIPO» (già citato), anno V, n.4 - Aprile 1954 «IL SOGNO PIÙ' BELLO» «OMNIA» diretto da Giorgio Croce, Roma -Febbraio 1959
«PER VOI» «MARMAN», Sanremo 27 giugno 1973 «MANO AMOROSA» «RADARSEI» diretto da Armando Rositani, Bari Giugno 1973
«DELIRIO» «ITALIA STAMPA-MARMAN» diretto da Giuseppe Miceli, Roma - Dicembre 1973
«IL TIC-TIO DELL^OROLOGIO», «MI SCOPPIA DENTRO, QUESTA PRIMAVERA», «VEDO PASSARE» «PENSIERO ED ARTE» diretto da Gino Spinelli de* Santelena, Bari anno XLI, n.3 Luglio/Settembre 1986. «CAMMINARE CANTANDO» «LA VALIGIA DELLWDIA», Foggia 1976
«SALE VERSO ...» «NUOVA IMPRONTA» diretto da Filippo Chillemi, Roma 1990
«AVVOLTOI COME COPERTA»
«NUOVA IMPRONTA» (già citato) Roma Gennaio 1991
ARTICOLI
«UNA VOCE NUOVA» «POSILLIPO» (già citato) Anno V, n.6 Maggio 1954
«UNA NUOVA STELLA» «L'ECO DEL POPOLO» (già citato) 10 gennaio 1955
«COME HO CONOSCIUTO DANTE ALIGHIERI» «POSILLIPO» (già citato) settembre 1958
«DIECI ANNI, UNA VITA» «POSILLIPO»- edizione straordinaria - (già citato) 1958
«PANORAMA DELLE CANZONI DI PRIMAVERA DEL CONCORSO POSILLIPO» «POSILLIPO» 1956
«OMAGGIO A ELDA VERNARA» «MARMAN» (già citato) Settembre 1973
«IL MIO RICORDO DI ENZO V. MARMORALE» «MESSAGGIO D'OGGI» diretto da Giuseppe De Lucia, Benevento 3 luglio 1975 «PIER PAOLO PASOLINI» (per la morte del Poeta) «IL BARICENTRO», Roma Dicembre 1975
«I POETI DELL'ULTIMA LEVA» «IL BARICENTRO», già citato Dicembre 1975
«QUATTRO POETI AFFRONTANO IL GIUDIZIO DEL PUBBLICO» «MESSAGGIO D'OGGI», già citato 6 Novembre 1975 «QUATTRO POETI ALL'ESAME»«LA VOCE NUOVA DELLA REGIONE» diretto da Armando Rositani, Bari 12 novembre 1975 «NEL 1962 PRESAGIVA LA SUA MORTE» (per la morte di P.P. PASOLINI) «LA VOCE NUOVA DELLA REGIONE», già citato 12 novembre 1975
«VIAGGIO ATTRAVERSO IL TEATRO» «INCHIESTA» «CORRIERE DELLA REGIONE» diretto da Giuseppe Miceli, Roma: «QUANDO STARNUTA IL PICCOLO», 27 dicembre 1973 «PRIME TEATRALI AL DE TOLLIS», 27 dicembre 1973 «I GIOVANI DIETRO LE QUINTE», 3 gennaio 1974 «EVY BOCCONI: HO LIQUIDATO UN COMMENDA E LA CARRIERA», 10/1/1974
«UN'ORCHIDEA TRA I FIORI DI CAMPO», 1 febbraio 1974 «UNA RIFORMA SOPRATTUTTO MORALE», 9 marzo 1974 «SCRITTORE E' DESTINO MA C'È' UN RACKET DELL'ARTE» «IDEA» diretto da Giuseppe Selvaggi, Anno XLII, n. 3/4 Aprile 1986 «SUCCESSO DI TRÉ BRAVI MUSICISTI» «MESSAGGIO D'OGGI», già citato Benevento 15/7/86
«COMPUTER E CULTURA» «ITALIA STAMPA» diretto da Giuseppe Miceli, Roma Marzo 1986
«RINGIOVANIRE INVECCHIANDO» «IL CORRIERE DI ROMA» diretto da G. Gesualdi, Roma 5/3/86
«I SEGNI PITTORICI E L'IO»
«PORTA PORTESE» diretto da R. Cacca-mo, Roma 31/3/1987
RECENSIONI:
SUL TEATRO
«SAMUEL BECKETT E IL PENSIERO METAFISICO» «OGNI GIORNO» Foggia 29 ottobre 1975
«LE TENTAZIONI DI NARCISO, RIPRESA AL TEATRO «IN» «IDEA», già citato Anno XLI, n.5
«ANALISI DI FINE STAGIONE: IL TEATRO ITALIANO PIÙ' VIVO CHE MAI» «IDEA», già citato Anno XLI, n.6 giugno 1986 «BELLA LA STAGIONE TEATRALE MA CON DUE SOLE NOVITÀ' ITALIANE» «IDEA», già citato Anno XLI, n.9 Settembre 1986 «IN UN FITTO AUTUNNO TEATRALE: UN NO A CARMELO BENE» « IDEA», già citato Anno XLI, n.l 1 novembre 1986 «TEATRO FRA PUBBLICO E PREMI - NELL'86 IN ITALIA 40 NOVITÀ'», «IDEA», già citato Anno XLI, n.l2 dicembre 1986 «FILUMENA MARTURANO VIVA ANCHE SENZA I DE FILIPPO» «IDEA», già citato Anno XLII, n.1/2 Genn./febb. 1987
SULLA POESIA
«I NOSTRI GIORNI FRA LA POESIA: MANUELA-GASPERE GIAN-NUZZI- DANTE TOSO» «RADAR/SEI» già citato 1973 «PAOLA COPPOLA GAMONDI»: TIC TAC (Poesie) «CALABRIA DOMANI» diretto da Giuseppe Lucente, Cosenza 19 aprile 1975 «LA CHIAVE NASCOSTA» (Poesie di Bianca Buono Ciardiello, ed. Rebellato) «CALABRIA DOMANI», già citato Luglio 1975 «PRISMI DI SMOG» (Poesie di Selim Tietto, ed. L'Aquilone) «INCONTRI MERIDIONALI» diretto da Francesco Bruno, Cosenza Genn./Mar-zo 1975 «COSIMO COSENZA: LA FEDE NELLA POESIA» «LA NUOVA GAZ- ZETTA DI CALABRIA» di L. Pellegrini, Cosenza 30 aprile 1975 «PRISMI DI SMOG» (già citato) «MESSAGGIO D'OGGI», già citato Benevento 15 maggio 1975
«AMORE, SPERANZA, CERTEZZA IN ... E IL SOLE VERRÀ'» (poesie di Antonietta Lamorte) «MESSAGGIO D'OGGI» già citato Benevento 22 maggio 1975
«LA CHIAVE NASCOSTA» (già citato) «CONTROVENTO» diretto da Giovanni Marzoli, n.3 Alanno 1975
«POESIA DELLA SPERANZA: TUTTO L'UOMO» (poesie di Lucio Deveglia) «NUOVA RASSEGNA ILLUSTRATA»di Luigi Pellegrini, Cosenza Luglio 1975
«SPINELLI DE' SANTELENA: POETICITÀ' DELL'AMORE» «IDEA»,già citato Anno XLII, n.7/8 Luglio/Agosto 1986 «INCONTRO CON LA POESIA DI GINO SPINELLI DE' SANTELENA: APRIMI LA TUA STAGIONE» «PENSIERO ED ARTE», Bari Genn./Marzo 1986
«LA POESIA DI GIUSEPPE SELVAGGI» «BENEVENTO», Benevento 11 ottobre 1986
«LA POESIA DI DANTE STRONA» (due puntate) «NOTIZIARIO CIRCOLO CAMUGNANO», n. 22 e 23/1983 «LA PORTA» (poesia di G. Selvaggi da CORPUS - racconto d'amore ) «IL CORRIERE DI ROMA» già cit. Roma Giugno 1986 «GRANDE E' IL CULTO NELLA POESIA DI GIUSEPPE SELVAGGI» «IL PICCOLISSIMO», Soveria Mannelli, 16 ottobre 1986 «DA CORPUS : EROS NELLA POESIA DI G. SELVAGGI» «IL CORRIERE DI ROMA», già citato Roma 15 Aprile 1986 «LAMPO CHE APPARE E SCOMPARE: LA POESIA DI DANTE MANGANELLI» «PENSIERO ED ARTE» già citato Bari, Ott./Dic. 1986 «CREDO NELL'EQUILIBRIO ... : CRISTALLI D'ARGILLA» (poesie di Gerardo Leonardis), «IL CORRIERE DI ROMA» già citato Roma, 15 ottobre 1986
«LA SCUOLA COME VITA VISSUTA» «IL MESSAGGIO» diretto da Plinio Colussi, Civitavecchia, Anno XII, n. 1/1989 «APRIMI LA TUA STAGIONE» (poesie di G, Spinelli de' Santelena) «NUOVA IMPRONTA» già citato. Roma Ottobre 1989 «GENOCIDIO DELL'ARTE» «NUOVA IMPRONTA», già citato Roma ottobre 1989
«TENEREZZE DEI GIORNI LONTANI»
(poesie di G. S. de' Santelena) «PENSIERO ED ARTE» già
citato Bari Luglio/Sett. 1987
SULLA PITTURA
«L'ARTE DI ANTONIETTA BOZZELLA» (Catalogo 22 gennaio 1987) Pensiero ed Arte (già citato) «PROFILO DI CARLOS CAIRO» (Catalogo 28 gennaio 1987)
aprile/giugno 1987
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Tel 338497540
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