GUTTA CAVAT e' lieta di presentare:

" POESIE DELLA VITA"
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 RENO BROMURO



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L'étang des soeurs,Osny -  P. CEZANNE 1839-1890


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POESIE DELLA VITA




 
 
 
 
 
 
PREFAZIONE - MARIO DI BITONTO


1) Occhi che non capivano 2) Sotto l'albero 3) Piedi arrossati 4) Giorno di morte
5) Il monco 6) 14 settembre 1943 7) A Portanova , al tramonto 8) Segreto rimane
9) Fuori il balcone 10) A te non bacio' la gloria 11) Pane verde 12) Nelle acque profonde
13) Un fitto bisbigliare 14) Mi chiedi 15) Un correre 16) Le favole che conosco
17) Improvviso 18) Canto di notte 19) Isola dove nave 20) Dove vai uomo
21) Uomo nullita' del creato 22) Eri nato 23) Ma se pensi 24)Una margherita sul marciapiedi
25) Come acini al grappolo 26) Un fascio di luce 27) Ho stretto la tua mano 28) Le tue mani
29) Se le mani 30) Come un cane 31) Il suono della tua voce 32) Sento il tuo dolore
33) Mano gentile 34) Albero 35) Udivo il tossire dei corvi 36) Lungo il cuore
37) Come s'affaccia 38) Piccola foglia 39) Come il tralcio 40) Ansia
41) La campana della sera 42) Hai mai visto piangere 43) Dover nascondere le lagrime 44) Se proprio devo andare
45) E il cuore batte ancora 46) Pero' vorrei 47) Per diventare uomo 48) Nel giardino dell'ospedale
49) Mi sospira , dentro, una vita 50) Mi cibo di versi 51) Percorro la mia via 52) Il gabbiano
53) Eco eterna 54) Ci raccontano di uomini 55) Il sogno e il pianto dell'usignuolo 56) Avvoltoi come coperta
57) Una vita fa 58) Solo i tuoi occhi trovo 59) Quando le piste su marte... 60) Sopra  Sirio c'e' un remo
61) Salivano dall'anima 62) Gli astri impietriti 63) Incredulo sotto il sole 64) Primo viaggio con papa'
65) La pace  66) Ci dicevamo tutto  67) Altre croci affondano nel cuore 68) Hai respirato



RENO BROMURO
 
 

Poesie della Vita

(OCCHI CHE NON CAPIVANO)
VINCENZO URSINI EDITORE Catanzaro
 
 

OCCHI CHE NON CAPIVANO
«PRIMO PREMIO CITTA' DI ROMA» 1975
«SECONDO PREMIO “VILLA ALESSANDRA”» 1976

«PRIMO PREMIO IL PAVIGLIONE» 1980
 
 
 
 

PREFAZIONE

di Mario Dibitonto

Vi è sempre, in ogni poeta, in modo più o meno latente un intento ideologico-didascalico o idealistico-liberatorio: si tratta - a ben vedere - di una eredità inconscia o talora consapevole che assorbe le origini della nostra poesia, sintesi certa del mondo greco e della latinità. Reno Bromuro non fa certo eccezione e in tutta la sua produzione poetica si è manifestata sempre l'affermazione dello ethos e della gnome non arte moralisticamente ma sicuramente come esperienza umana al servizio degli altri; da uomo a uomo vivo tra gli uomini, cittadino del mondo, figlio dell'Amore, Reno ha saputo destare nel lettore valori solitamente oggi sopiti ed obsoleti. Per altro il Nostro, nella realtà in cui si è sempre mosso, ha saputo . travalicare i chiusi limiti dell'esperienza individuale e quotidiana per indagare ben oltre, in un viaggio fantastico attraverso gli immensi silenzi del cosmo per avvicinarsi alla divina luce del tutto di cui egli, Bromuro, ha saputo cogliere il senso dell'Eterno, della Fratellanza, della Pace, dell'Amore. Reale ed ideale si fondono cosi in questa poesia che, pur nutrendosi del contesto storico del presente, può dirsi acronica, ascrivibile ad ogni età, coglibile sempre da chi non ha dimenticato la lacrima o il sorriso. In questa stupenda raccolta, Bromuro ricupera un passato denso di emozioni, ricco di palpiti, pregno di sensazioni, percorso sovente da brividi oscuri; non è poesia della memoria, non è autobiografismo romantico, tantomeno decadente crepuscolarismo; non è calligrafismo puro tanto meno spontaneismo naïf.

Si tratta, invece, di una indagine psicologica, di uno scandaglio interiore di un viaggio non dal presente nel passato ma dell'attualizzazione di questo in quello. E' l'infanzia del poeta che parla con il poeta e per lui: noi, gli altri, possiamo ascoltare e rivedere, in questo dialogo conoscitivo, la ragione che da spiegazione ai sentimenti ed insieme questi che salvano quella da una fusione di tipo squisitamente psicoanalitico. Ed ecco il primo giorno di scuola, Suor Anna, i balilla, Angela, il primo sguardo, la prima punizione, il regime, la guerra ... la morte. Insomma, storia dell'uomo come storia degli uomini, l'infanzia di tutta una generazione che vive la guerra per amare la pace. E nel crudo realismo di certi passaggi, nell'orrore di alcuni momenti, avverti quasi l'epopea dei poveri, dei miseri, dei diseredati, quasi una nuova folla di evangelici straccioni ai quali un Cristo intravisto nei dolori e negli stenti ancora una volta moltiplica i pani ed i pesci. Verso dopo verso si dipana e cresce questa infanzia di adulto che creerà un adulto bambino: è un epos consacrato da eroi quotidiani, le loro storie sono Miti. Troia è ancora la guerra, ^Omerico cavallo le illusioni tradite. Ma l'uomo cresce, il bimbo non muore, la verità è sofferta, dolorosa fatica. E il poeta alla fine può dire:

Guardo a Oriente nel giorno che nasce scruto...

Bramo orme venire all'approdo speranza di vita.

Ma questo scrutare, questa immensa operazione di una ragione che tale vuoi essere e non intelletto puro conduce il Nostro ad una domanda: «DOVE VAI, UOMO?»

Il bimbo di Paduli oggi bimbo più che mai ancora grandi occhi e grande cuore: avverte l'illusoria idea del progresso, avverte la crisi dell'uomo, sa vedere i boschi di ciminiere, i prati di siringhe i mari di petrolio, le nubi di smog, il sole che muore.

Conosce bene, quel bimbo di Paduli la voce del mitra, il rombo del cannone, la devastazione delle bombe. Sa dunque intuire i nuovi tiranni, i nuovi slogans, le nuove assurde profezie ...

L'ansia di pace nutre questo pessimismo di stampo più lucreziano che non leopardiano; l'amore per la natura, per il mondo nutrono la speranza di fronte alla nuova età oscura ...

Reno Bromuro, uomo del sud ha incontrato ad Eboli il suo fratello: spezza con lui il pane dell'Amore e se ne nutre: ritrova dunque la forza per andare, per vivere nonostante tutto, per camminare insieme agli altri lungo i sentieri di sassi e di rovi dove: Non parla l'umana giustizia al povero cuore che sanguina il mio

che è fatto a spicchi per voi.

E la strada del poeta, di ogni poeta è lunga e senza fine, conduce all'Infinito, nutrita sempre di ansia e di dolore, un: Dolore che consuma per vederti sorridere.

Mario Di Bitonto
 
 
 
 

OCCHI CHE NON CAPIVANO

«un triste sorriso
sulle tue labbra esangui
aleggiò
e fu il silenzio».
 
 
 
 

PREFAZIONE

Alla 1° Edizione

Gli istanti fotografati dalla mente del fanciullo, le impressioni e i sentimenti non compresi, ma fortemente sentiti e rimasti nell'anima indelebilmente, ci hanno dato una poesia in cui l'autobiografismo si liricizza in immagini saporose d'infanzia, raggiungendo il connubio fra materia vissuta e materia contemplata.

L'esperienza, o meglio la percezione di determinati momenti lirico-impressionistici, rende la poesia, e per essa l'uomo- poeta, un fatto nostro, rievocativo di universali situazioni umane.

Il verso moderno nella concatenazione e nella metrica, per un fatto spontaneo in apparenza istintivo, è adeguazione formale al grumo sentimentale irrinunciabilmente romantico, ma germe reale e fantastico di poesia antiscolastica.

L'autenticità del sentire ed il momento veritiero si realizzano felicemente in una forma immediata, necessaria conseguenza ritmo- biologica di un bisogno avvertito ed espresso.

Nella lirica «L'inesorabile» un dolore vibrante e filtrato in forma essenziale si svolge nelle parole e nelle immagini, inarrestabile come il male causa e soggetto della poesia:

...dopo sorridesti ancora/ma era sempre silenzio».... Autobiografia, descrizione talora potente, commozione autentica sono le componenti di questi versi, pregni di neo-realismo-penso a Brecht - ma ugualmente di volontà redenta e trasfiguratrice.
 
 

PRESENTAZIONE
della 1° Edizione

In linea generale possiamo dire che la poesia è vita. Poesia è vita ed è, in questa, ricerca del trascendente, dell'universale. Ecco perché secondo me, cadono i ragionamenti faziosi di coloro che si domandano se in questo mondo, in questa civiltà, la poesia ha ancora diritto di cittadinanza. La poesia non avrà più diritto di cittadinanza quando la vita, nel senso proprio, con la «V» maiuscola, non avrà più diritto di cittadinanza. Questo è il mio pensiero e più o meno credo sia anche il vostro. Questa vita si rigenera però attraverso i secoli e la descrizione della vita deve adeguarsi a delimitate situazioni. Sono stato, purtroppo (per mia disgrazia ho perso un sacco di tempo), presidente di una Commissione che doveva giudicare poesie. Di queste le più moderne potevano essere collocate al livello della civiltà di Gabriello Chiabrera; per tali poeti non è successo nulla nell'800, non è accaduto niente nel 900. Non c'è stata la bomba atomica, non ci sono state due guerre mondiali; quelli vedono ancora il fiorellino che esile si reclina sul suo gambo e la cosa mette in essi tanta malinconia. Evidentemente, forse, i primi nemici della poesia sono i poeti, o meglio «gli scrivitori di poesie».

Questo non è il caso di Reno Bromuro, come vedremo fra poco. Quindi ribadisco: esiste una necessità della poesia anche nell'era tecnologica. Ma quale poesia? Una poesia che si contrapponga giustappunto a quelle che sono le caratteristiche negative dell'era tecnologica, all'integrazione eccessiva dell'uomo entro strutture che egli non ha creato, che si trovano li, che l'efficienza o la viscosità sociale creano e mantengono. La poesia è quanto di più inefficiente vi sia; basti pensare che i poeti scrivono i libri di poesia e poi ci mettono i soldi di tasca loro, eppure sono contenti di fare cosi. Non è che sia una scelta, ma essi accettano anche questa situazione. Dunque, il punto difficile per la poesia oggi è quello di aggiornare gli altri e di aggiornarsi sotto il profilo formale e semantico. Abbiamo la disgrazia, in Italia, di aver avuto dei grandissimi poeti. Dico disgrazia perché a un certo punto il grandissimo fa un poco il vuoto intorno, costringe anche i critici a valutare gli altri, secondo il metro di costoro e quindi chi scrive a cercare di adeguarsi. E' la vecchia teoria delle scuole. Inoltre noi abbiamo avuto dei poeti della forza di Ungaretti e Montale che hanno fatto molto vuoto intorno a sé. Voi direte, perché Ungaretti e Montale? Perché l'ermetismo di Ungaretti e lo stile particolarissimo di Montale sono proprio quelli che sono più difficili da superare. Forse Ì nostri poeti in erba non guardano abbastanza Cardarelli, Pavese e Pasolini, i quali secondo il mio modestissimo punto di vista sono, fra gli italiani, quelli che hanno saputo di più calarsi nella realtà di oggi, in quello che è veramente la poesia di «oggi». Il difficile per tutti è il riuscire a salvaguardare il senso poetico della vita e delle cose, che non è per niente intrinseco. La rosa di per sé non è poetica, siamo noi che la facciamo poetica in quanto ha dei bei colori e inoltre, sfiorisce in un giorno, per cui i poeti, a partire addirittura dai romani, ma in particolare con Ronsard che ha amato descrivere la rosa, hanno creato l'archetipo della rosa. Per chi è venuto dopo, la rosa è diventata automaticamente una cosa straordinariamente poetica. Se ci pensiamo però, può essere altrettanto poetico il traliccio dell'alta tensione: si tratta di saperci mettere la carica poetica.

Il nostro amico Reno Bromuro è una persona che ha saputo, in certo senso mettere la poesia nel traliccio dell'alta tensione. Mi pare che mi guardate sbalorditi. No, non è che egli abbia messo nulla nel traliccio dell'alta tensione: sono io che considero questo manufatto metallico semplicemente come una possibile simbolizzazione del mondo d'oggi. Non mi piace chiacchierare molto, amo il concreto e allora, pur consapevole che qualcuno leggerà meglio di me l'opera di Bromuro, desidero offrirvi un primo impatto con essa. Del resto, quando si paria di poesie, o si ha il libro in mano, o bisogna sentirle dire due volte. Secondo me, questa breve poesia che vi leggerò adesso, dal titolo «Nostalgia» riassume questo rapido e lontano viaggio nel passato che Reno Bromuro fa in questo libro. D'altra parte credo che non a caso essa sia collocata al penultimo posto: «Nostalgia»: Cantore notturno//che mi porti le note //'di un antico verso//in questa notte di nostalgia//non cantare quel verso //. Devo tornare? Ritornerò//. Decisamente si riscontrano piuttosto influenze di ermetismo, però le altre composizioni sono di genere del tutto diverso. Mi ha giurato l'amico poeta, sui suoi numerosi figli, che queste poesie, poi sono veramente dell'epoca a cui si riferiscono, cioè sono poesie giovanili a cui ha voluto lasciare le asprezze, a cui non ha voluto togliere talune forme d'ingenuità, in cui ha voluto addirittura rimanessero degli errori di sintassi e un paio di errori d'ortografia. D'altra parte tutto ciò e messo sulla penna, di un ragazzo di otto, nove, dieci anni (adesso vedremo anche questo) e si giustifica pienamente. Questa forma sinceramente naïf è quello che mi ha notare come l'individuo Reno cresca, e lui stesso se ne accorga; a pag. 9 dopo un certo numero di poesie, (voglio leggere con le sue parole) «avevo otto anni due mesi// e venticinque giorni: ieri»//. Questo è una pietra miliare per quello che si è detto prima: più avanti: «avevo undici anni un mese e dieci giorni// ieri».

Non abbiamo motivo di non credere che quello che ci dice il poeta non sia vero, cioè che queste poesie non siano state scritte li per li. «Ho tredici anni // 5 mesi e ventun giorni//.

Si potrebbe a lungo studiare questa poesia appunto per la sua genuinità, la sua sincerità, la sua sprovvedutezza, nel senso buono, e cioè non ci sono lenocini, non ci sono trucchi, non ci sono cose per fare bella figura. Guardate, vi voglio leggere - certamente sarà fra quelle che si leggeranno: «Un correre».

Notate, vi ho detto che la figura del nonno è una figura nobilissima - è colui che risolve tutti Ì problemi, è colui che è un poco la divinità del libro - però vi farò notare adesso come a un certo punto anche la divinità si spoglia di fronte a qualcosa di più grande: «Un correre». «Un correre, un bisbiglio frettoloso ^Nell'alba radiosa è primavera// il nonno, giacca in bocca// scarpe slacciate corre per le scale//si abbottona la patta dei calzoni//. E' ritornato! - dice - E' ritornato! // il cuccioletto è ritornato a casa!»// Non c'è molto da commentare, queste sono poesie che si commentano da sole. Quello che si nota in Reno Bromuro è... pure in tenera età, la sua facoltà di costruire strutture verbali e sintattiche molto personali, direi straordinarie; vedete a un certo punto, pagina 20, in un elemento di una composizione più grande questa serie di parole che sono collegate in un modo ben strano fra di loro e che pure ci dicono moltissimo. Si parla di un marinaio, cioè di un abitante del paese, imbarcatesi sul «Giulio Cesare», destinato quindi a una tragica fine: «Sua vita le lagrime della madre//Su mani callose abituate// al rastrello// erba cattiva estirpare//sano frumento non suo». Come potete notare, con divisioni successive qui ci sono 4 o 5 periodi accavallati eppure si intende e si penetra benissimo quello che il poeta vuoi dire. Sempre considerando questo complesso di poesie come una sagra della gioventù o meglio della fanciullezza, in un periodo di tormenti e di dolori per tutti, può essere anche interessante notare come è preparato e probabilmente non se ne è accorto appieno chi l'ha scritto, il ritomo del padre. Ricordiamo che il padre è stato lontano per tutto il periodo della guerra. Il padre mi permetto di sottolinearlo, ritorna a pagina 22. Però a pagina 18 cominciamo ad avere dei prodromi: «Fuori il balcone//il pesco piantato da mio padre//comincia a perdere le foglie// e reduci, a carovane

//'passano per Paduli//. Si vede questo cataclisma che passa li accanto: «i reduci» a carovane, non a reparti, non a gruppi: a carovane. La poesia che segue canta un altro reduce, morto sotto una galleria. Voi sapete - è capitato in quel periodo - che, per il carbone (che era più zolfo che carbone), se un treno doveva per avventura fermarsi sotto una galleria, i casi di asfissia potevano essere numerosi. Quindi nel caso considerato abbiamo che la gloria coincide con una morte oscura, una morte forse sciocca, certo inutile, che solo il ricordo dei cari nobilita. In un'altra composizione, abbiamo il reduce, decorato ma che muore di fame. Ovviamente qui il nostro ragazzo-poeta si pone il problema e si domanda: quando ritornerà mio padre quale di queste strade farà? Mi arriverà vivo, cioè in condizione di essere un uomo, oppure finirà come è finito questo o quello e quest'altro? E' una tematica certamente nuova e molto interessante: II poeta inconsciamente, desidera e pure teme ed aspetta; attende il ritorno del padre, ha paura però che questo ritorno possa risolversi in una tragedia, o almeno in una delusione che invece di rappresentare una specie di catarsi familiare davanti al paese teatro pronto al consenso, in un interesse corale, diventi invece solamente dolore sventura personale e segreta. Sono arrivato al termine di queste poche cose che vi volevo dire ritengo però, in modo sommesso e seguendo il filo indicato dall'autore di avere cercato di spiegarvi che cosa è il libro. Se ci sia riuscito o no, sta a voi dirlo la prossima volta che ci vedremo, dopo che il libro stesso, ve lo sarete letto. Ringrazio il poeta per questa occasione che mi ha dato di esaminare a fondo la sua opera. Siccome sono pigro, come lo siamo tutti, sono stato costretto a guardare a fondo un'opera che ritengo molto valida.

                       Marcello Eydalin  8 Febbraio 1975 - Teatro «De Lollis» - Roma
 
 
 
 
 
 

OCCHI CHE NON CAPIVANO

1

Oggi è il mio primo giorno di scuola

fino a maggio scorso sono andato all'asilo;

piangevo sempre, volevo bene a suor Anna

e suor Anna era fuggita con un bersagliere.

2

A «Valle d'Asino» ho costruito

intrecciando carpini e rovi

una capanna: è la che vado

quando ho voglia di piangere.

3

A scuola mi hanno dato

una camicia nera, un fez, un pantaloncino

grigio-verde. Mia madre quando

ha visto il pacco, ha detto:

«Almeno hai vestito decente per la festa!»

Sono scappato a Valle d'Asino:
preferisco andare in giro nudo.

4

Sono andato a comprare le sigarette

mezza lira per dieci «popolari».

Dal tabbaccaio (1) c'era «Finuccio»

un poco traballante. Due in divisa

l'hanno preso di forza

insieme ad altri due

l'hanno legato su una sedia

gli hanno messo un imbuto in bocca

hanno travasato una bottiglia...

Quando è uscito, traballava tanto

si contorceva e «loro» ridevano...

«Questo facciamo a chi non è con noi!»

Sono ritornato senza sigarette!
 
 

Mio nonno si è arrabbiato

e non per le sigarette.

(1) L'errore l'ho lasciato come tanti altri per non togliere o aggiungere nulla al bambino)

5

Mi hanno cambiato classe

e faccio la seconda elementare.

Siamo due uomini

e ventiquattro donne.
Ci sono due gemelle assai carine
Angelina, la più bella e Vincenzina.
Io piango, voglio la Signora Ricci.

E' entrata la maestra, quella nuova;
è giovane, bella e bionda come il grano.
«Mi chiamo Mafalda», ci dice!
Quanto e bella. Dio, quanto è bella!
Ha gli occhi azzurri, puliti,
di cristallo marino e sulla bocca
la bella primavera di Paduli.

Non piango più, non voglio
ritornare dalla Ricci.

6

La signorina Mafalda ha diviso
le gemelle, veramente belle;
Angelina è seduta accanto a me.

7

II segretario politico ha comandato
a mio nonno di andare alla sfilata:
è l'anniversario della «marcia».

Il nonno si è alzato in piedi
a testa alta, piantato come una quercia
gli ha risposto: «Tiene 'e 'ppigne,
accideme, faje primma!» (a)
 

a) - (Hai qualcosa nel cervello che non ti funziona, ma se proprio vuoi ti conviene uccidermi, fai prima)
 
 

8

Per la prima volta, stamattina, (1)
sono stato punito duramente:
non ho fatto i compiti assegnati.
Nel quaderno, invece, hanno trovato
un foglio scritto in fretta che diceva:
«Angela, ti prego, per favore;
non toccarmi la mano di nascosto
voglio imparare e non capisco niente.
Tra le righe del libro i tuoi begli occhi
brillano nel vuoto delle O;
il foglio del quaderno, troppo bianco,
è illuminato e abbaglia il tuo sorriso;
nel cucchiaio dell'olio di merluzzo
vedo il tuo volto bello più dall'alba
in un giorno pulito a primavera».

Sono rimasto due ore inginocchiato
sui ceci duri, dietro la lavagna.

A casa, mio padre, mi ha fatto la testa
piena di bitorzoli, a furia di cazzotti.

1) Scritta nell'aprile del 1939. Papà era ritornato, per una breve licenza, cosa che gli bastò per generare mio fratello Nino - nato il 26 gennaio 1940 - e farmi conoscere le sue mani.

9

Per non prendere botte, sai che faccio?
Scrivo di nascosto, sotto il letto;
salgo in soffitta e nascondo, le mie cose,
nel vuoto della camera d'aria
di una vecchia bicicletta in disuso.

10

Angelina mi ha tradito
è andata con Idillio
a far l'amore, per una macedonia,
sotto il ponte fuori da «scarrafone». (b)      b) località di Paduli

11

Stanotte ho pregato il Signore
di far morire i vecchi più ricchi

voglio guadagnare qualche soldo
perché andar via voglio da Paduli.

12

Non muore nessuno ed io rimango
accanto ad Angelina, nello stesso banco;
e come ieri, le ho fatto ancora i compiti.
«La pioggerellina di marzo...»
diceva la maestra ed Angelina
ha scritto sul quaderno: «oggi t'aspetto!»
Ho dimenticato dove mi trovavo:
m'ha stretto la mano e m'ha sorriso.

Mi è costato veramente caro:
la maestra mi ha fatto zappare
piantare barbabietole e patate
nell'orto preparato nella villa.

13

Ci hanno riuniti nel piazzale della Villa
tutti in divisa, schierati.
Sul balcone della mia scuola
hanno messo l'apparecchio radio
sopra un tavolino, coperto dal tricolore.

Il capo ha parlato e ha detto: «GUERRA!»
Hanno applaudito...

Mio nonno mi ha messo una mano sulla testa
sarà infinita, ha detto, molti anni,
però sono contento per tè:
questo è l'inizio della fine.

14

Mi sono svegliato, mio padre non c'era. (2)

E' partito, è stato richiamato!

Mamma, quando rivedrò mio padre?
 
 

Avevo otto anni, due mesi
e venticinque giorni: ieri.

2) Era la mattina del 27 settembre 1940

15

E' giunto a Paduli un forestiero (3)
nonno sottovoce m'ha detto: «E' un confinato,
si chiama Gianni, è studente in medicina,
viene da Pela: ha parlato male del gran capo!»

Io e Gianni siamo diventati amici
viene spesso a parlare con mio nonno;
parlano fitto fitto, a bassavoce.
Credo faccia la corte a zia Alessandra.

3) Quando Gianni giunse a Paduli, quale confinato politico, era il giugno 1941 ed io dovevo prepararmi per gli esami di ammissione alla scuola media, ma nessun insegnante padulese aveva il tempo per darmi lezione. Chissà perché?

16

Nessuno mi vuoi preparare
gli esami d'ammissione a sostenere.
Gianni mi incoraggia
e s'offre d'aiutarmi.

Penso lo faccia perché gli piace zia.

17

Sono cinque giorni che Gianni
m'insegna la sintassi,
ma d'italiano non si parla mai.

Mi parla della rivoluzione francese,
di quella americana e quella russa;
del diritto dell'uomo sacro a ognuno,
di libertà con la elle maiuscola:
si paragona ad un cardellino in gabbia
cui hanno tagliato la lingua e tarpato le ali.
Voglio bene a Gianni
anche se lui lo fa solo per mia zia.

18

Sono andato a Napoli (4)

e per la prima volta
ho visto anche il nemico:
nel treno, per le strade, nelle case.

Sono ritornato a Paduli di corsa.

4) In occasione dei funerali del marito di zia Adelina, la sorella di mia madre: era il 26 settembre 1941

19

Gli amici mi hanno detto
di aver visto Gianni e mia zia
nella grotta dietro il "Convento"
fare all'amore, nudi sulla terra.

Sono scappato a Valle d'Asino
vorrei morire e piango.

20

Sono andato col nonno giù in cantina,
sotto una coperta, su una botte
c'era un apparecchio radio,
tre persone con gli occhi accesi
parlano col nonno sottovoce:
Sono sbarcati in Sicilia. "Ndò-ndò-ndò

ndò-ndò-ndò: qui radio Londra..."

Il nonno m'accarezza dolcemente.

21

Non sono andato più a studiare
e Gianni viene sempre da mio nonno.
E' giunto a Paduli un altro confinato.
Gianni mi guarda ed ha paura.

Mi ha ricordato la rivoluzione francese
il diritto dell'uomo e la libertà perduta.
 
 

22

Nell'aria c'è festa (5)
corrono per le strade
donne scalmanate, gridando:

«e caduto, e caduto!»

Il nonno affacciato alla finestra
non sorride, però dice: era ora!

5) 25 luglio 1943: anche a Paduli si vede e si sente la guerra, fino ad ora rimasta solo notizia stampata o radiofonica.

23

Son venti giorni che il pane non c'è
e chi ce l'ha lo conserva fino ad ammuffire
e se lo divide con parsimonia quaresimale:
sono venti giorni eterni che non mastico pane.

Seduto sulle scale al centro della via
grido, strepito, piango; chiedo il pane.
Mio nonno mi redarguisce: «non è bello,
il coraggio di un uomo finisce qua?»

Seduto sulle scale al centro della via
grido, strepito; chiedo un pezzo di pane
non per me, per i miei fratellini.

24

Ma sarà dato onore a noi bambini
come coloro che han sofferto e soffrono
o rimarranno emarginati nel tempo
come i vili che han fuggito la guerra?

25

Mi han detto che domani (6)
conoscerò un poeta!

Un poeta? Ma si può vedere un poeta?
Allora se domani - l'ha detto la maestra -
vedrò un poeta, se voglio posso
anche vedere gli angeli e parlargli?

6) Queste due, contrassegnate dai numeri 25 e 26 sono antecedenti, risalgono all'aprile 1941. Il Poeta di cui parlo è Enzo V. Marmorale (allora Ispettore scolastico). Dovevo ritrovarlo nel 1953, e dopo due anni mi fece pubblicare, a sue spese, dall'Editore C. Armanni di Napoli, "Note e Motivi", a cui scrisse anche la Prefazione.

26

Ho visto il poeta. Ma è un uomo!
Allora anche le mie sono poesie?
Ma che begli occhi profondi ha il poeta
e il suo sorriso... Ed il suo volto?...

Dio, come splende! Ha il sole in fronte.

Mi ha fatto recitare una poesia
in piedi sul banco e m'ha baciato.

Sono andato di corsa sul soffitto
quando ero alla mèta son caduto:
quattro punti sotto il mento
per tre giorni non ho mangiato.

27

Ho parlato, oggi, e per la prima volta
con Maria, la sorella di Michele.
Piangeva, l'ho rassicurata e Umbertino
ha detto: perché non vi fidanzate?

Le ho dato un bacio
e come pegno d'amore
le ho donato una fìbbia
strappata dalla cinghia di papa.

Non voglio lasciare Paduli.
 
 
 
 

SOTTO L'ALBERO (7)

Aspetto qui, sotto l'albero
che venga il mio amore
che venga il mio bene.
Ieri mi ha dato un bacio ed è fuggita.

Ma perché non viene?

Si sta vestendo di nero!

Rose di sangue
sommergono corpo
non mio.

Sotto montagne di neve
corpo glabro
di fanciullo ancora
giace.

Candore al cuore
sua vita

fiumi di lacrime
al mio amore,
occhi innocenti.

Amore non sei sola!

Ti contorci nel dolore
come l'ulivo
e non piangi più.

Le labbra senza suono
dicono parole terribili.

Intorno a te

per tuo fratello in Russia
per tuo padre in Africa
coro di lamenti
torrenti di lacrime.
 
 
 
 

PIEDI ARROSSATI (7)
 
 

Piedi arrossali dal freddo
giorni di guerra, i miei.
Compagno di giochi
nelle sere estive
introvabile d'inverno.

Faceva il calzolaio
aveva sedici anni
chiamato alle armi

lo mandarono in Russia.

Quando ritornerò
terminerò le scarpe:
piedi arrossati
scalzi rimasti
d'inverno
i miei.

Una croce
per i ragazzi della Julia!

Chi vi porta un Fiore?

Il Vento.
 
 

7) Scritte nel settembre 1942, quando giunsero i due telegramma che avvertivano la famiglia Scaramuzzo, che Michele (sedici anni) era caduto in Russia (Alpino della Julia) e suo padre era stato fatto prigioniero dalle forze alleate, in Africa. "Piedi arrossati la scrissi il giorno dopo. Ricordo che era domenica.
 
 

28

Ad Apice un treno carico di vitto
dicono per le strade di Paduli;
siamo corsi pieni di speranza.

I treni sono tre nella stazione
la gente più di mille e scalmanati
m'intrufolo nel «Silos»: c'è riso e grano.

Dalle mani di un uomo sfugge un sacco
cade sulla testa di una donna
era gravida, il peso l'ha schiacciata.
Di corsa sono fuori accanto al treno
come una talpa cammino tra le gambe
delle mille e più persone,
allungo le mani senza vedere
mi accorgo di aver preso delle scarpe.

Tre paia di scarpe ed esco fuori
me le guardo e sono assai contento.
Due mani sporche di sangue
ma vuote, di forza sul mio viso,
cado per terra, ho le mani stanche
mentre un ricognitore americano
a bassa quota fa fuggire tutti.

Corro accanto al treno, sono solo
il carro è pieno di noci e nocciole
afferro un sacco, chiamo a squarciagola:
portiamo a casa tredici sacchi di nocciole.

Il mio si straccia, perdo il contenuto
ritorno indietro deciso ad arraffar
pur'io qualcosa, prendo del tabacco
e tomo a casa. Mio nonno quando
ha visto il tabacco ha detto:
«trincene un pò, almeno fumo».
 
 

29

II bagliore delle fiamme
oscura il rosso del tramonto.
Le voci si susseguono alle voci
le madri chiamano i figli
i figli le madri perdute
nella corsa affannosa alla salvezza!

Salvezza?...
Il ricovero è poi una salvezza?!

Mia madre alla finestra
guarda quello scempio
e piange in silenzio.
Inginocchiato ai suoi piedi
imploro di mettersi in salvo.

Mi scompiglia i capelli, senza parlare,
abbozza un tenero sorriso,
mentre uno schianto terribile
ci faceva ballare a saltelli.
Le bombe hanno colpito il «Silos»
c'erano trecento persone
convinte di essere al sicuro.

Avevo undici anni un mese
e dieci giorni: ieri.
 
 

30

Chi soccorrerà domani, mia madre:
donna del soldato che per tenere
in vita i figli di chi padre non è
e non per sua volontà
ha logorato gli occhi
incallite le mani affusolate
invizzito la sua bellezza
in ore d'ansia e di paura
nelle lunghe notti senza sonno
nelle eterne giornate di fame?

Chi soccorrerà domani mia madre
se mio padre non dovesse ritornare?

31

Sfamate, vi prego, chi ha fame di giustizia
dissetate, vi prego, chi ha sete di libertà
consolate, vi prego, chi ha bisogno di conforto
ognuno vive per se, Dio per tutti.

Ma Dio, Dio dov'è? S'è scordato
dei bambini, Dio s'è scordato
che esistono anche i bambini
e la guerra, per loro, è un gioco
terribile, troppo crudele?

Ma Dio, dìo dov'è? E' occupato
a cercare i caduti nel deserto libico
a riscaldare Ì ragazzi della Julia
perduti nella landa della Steppa.
 
 
 
 

GIORNO DI MORTE (8)

Maria sfammi vicino
oggi giorno di morte
dolora il mio cuore.

Ventiquattro anni una vita!
Ancora dolora il mio cuore.

Pietà all'anima fanciulla
che geme di giustizia.

Erano intenti al ritorno
ai reggimenti soldati
alle case donne e bambini;
scacciato da Napoli
stormo di morte
si soffermò su te:
Benevento!

Da Portanova
impotenti
      assistemmo
           vedemmo
                  l'Inferno.

Fermati cuore già morto!

Maria sfammi vicino
dammi la mano
fiamme d'Inferno
lambiscono mio cuore
orrendamente trasfigurato
orribilmente rivoltato
come vecchio cappotto
quel giorno.

Da Portanova Minicuccio
con noi guardava e piangeva:
era epilettico

non lo aiutò il suo male
quando d'essere solo rimasto
appurò.

Morì quattro mesi più tardi
il giorno di Natale.
Lo trovammo

in una stalla abbandonata
abbandonato

- casa del terremoto dell'otto
distrutta -

raggomitolato a palla
in compagnia di scarafaggi
cimici e pidocchi.

Negli occhi aperti
c'era l'orrore dell'uomo
sulla bocca
il sorriso degli angeli.

Dammi la mano Maria
oggi è giorno di morte
la mia morte che vive.
 
 

8)  Il ritornello "Maria stammi vicino…" è stato aggiunto nel 1967 (avevo da poco ritrovato i fogli scritti e nascosti in una camera d'aria di bicicletta), nel leggere quanto, i miei occhi avevano visto quel 13 agosto 1943, quando gli alleati bombardarono la stazione ferroviaria di Benevento, con spezzoni incendiari. Quel giorno, oltre ai genitori e il fratello di Minicuccio, perirono anche la moglie e due figli, piccoli di un altro padulese, venuto in ferie al paese natio. E non solo loro. Allora si diceva che erano perite oltre mille persone. I giornali non li ho mai letti, per cui non posso esere preciso sulla quantità di persone perite. "Giorno di morte" originale è la seguente (le prome righe sono illegibili): "Pietà all'anima fanciulla/che geme di giustizia./Erano intenti al ritorno/ ai reggimenti soldati/ alle case donne e bambini;/scacciato da Napoli/ stormo di morte/si soffermò su te/ Benevento!/Da Portanova/ impotenti/assistemmo/vedemmo/ l'Inferno!/Da Portanova Minicuccio/con noi guardava e piangeva:/ era epilettico/non lo aiutò il suo male/quando d'essere solo rimasto/ appurò./Morì quattro mesi più tardi/ il giorno di Natale./Lo trovammo/ in una stalla abbandonata/abbandonato/ - casa dal terremoto dell'otto/distrutta-/raggomitolato a palla/in compagnia di scarafaggi/cimici e pidocchi./ Negli occhi aperi/ cìera l'oorore dell'uomo/ sulla bocca/ il sorriso degli angeli." E' stata scritta in tre tappe. La prima dopo ferragosto del 1943; la seconda il giorno di Natale dello stesso anno ela terza nel 1967.)
 
 
 
 

32

In questa notte di sussulti e di bagliori
di boati infernali, di rombanti aerei,
di grida di dolore e di spavento
ho tanta paura che domani
non saprò più amare nessuno.

Ho paura di non sapere amare
più nessuno perché mia madre
sono tre notti che piange e non dorme.

33

Cinque coperte sono pronte
pronte per ogni evenienza:
mia madre le ha preparate
per farci dormire tranquilli
mentre lei veglia nella notte
illuminata dai razzi
e dai bagliori dell'incendio.

34

Arrampicato su per Montesanto
sotto la camicia e sulla pelle
tutta la ricchezza di mia madre
in una scatola dei medicinali.

Quattromila lire guadagnate
inchiodando strisce su pezzi di legno
ricamando letti per fanciulle
ancora bambine, per ragazze
rimaste vedove prima di sposare.

Arrampicato su per Montesanto
deciso ad arrivare su a «Saglieta».
Mia madre mi ha giurato
che avrei trovato anch'io la farina:
sono tre giorni che mangiamo ceci
ceci, fagioli e lupini al sugo.
 
 
 
 

I carpini mi tagliano la carne
non mi curo del sangue e del dolore
un ritornello canta il mio cervello
stasera mamma ci farà la pizza.

Ecco la strada, ormai sono arrivato.

Il gelo del metallo, un grido acuto
corro pel pendio come una palla
tra i rovi e i carpini in germoglio.

La sera abbiamo ancora mangiato
lupini fatti al sugo, con le bucce.

35

Son dieci giorni che mi porto appresso
tutta la ricchezza di mia madre
e a sera torno sempre più stanco;
mamma non vede più come una volta.

Cristina si è attaccata alla mammella
mamma sospira e munge con le mani
non ce la fa a ciucciare è deperita.

Il giorno appresso esco più deciso.

36

L'autunno quasi alle porte
indora la campagna e la vite
colma di grappoli m'invita.

Poppino per la mano e Nino
che ripete il ritornello: «agnà, agnà!»
mi addentro nella vigna che m'invita.

La sera abbiamo mangiato uva
uva e lupini.
 
 

37

Al «Carpino», la comare Immacolata
m'ha dato un pezzo di pane
un pezzo di pane fresco e profumato,
un fiasco d'olio d'oliva e dei fagioli.

Peppino come un vero ometto
si portava il fiasco d'olio d'oliva
io sulle spalle Nino e sotto il braccio
il tesoro più immenso del mondo:
sono venti giorni che a casa mia
si è perduto il sapore del pane.

Camminavo allegro e spedito
rivedere anelavo il sorriso
negli occhi quasi spenti di mia madre.
Un gran boato e Peppino scaraventato
a lato della strada, per soccorrerlo
lascio il tesoro grande che come ruota
rotola pel pendio e va a fermarsi
nell'acqua puzzolente di cloaca.

Prendo la pagnotta, la lavo
e riprendo il cammino verso casa.

A casa, mia madre non c'è.
M'han detto è rifugiata nella grotta.

Nella grotta, mia madre non c'è.
M'han detto è alla Fontana Terra.

E' buio ormai, mamma mia dov'è?

Peppino piange, Nino vuole il pane.
Ho paura e piango più di loro
però non sanno che sto piangendo anch'io.

Ritorno a casa e mamma ci aspettava.
Abbiamo mangiato il pane lavato,
quel pane fetente, fece ammalare Nino.

38

II giorno dopo andai a rubar fave
in un appezzamento vasto assai
quando alla fine del solco mi drizzai
un uomo con la falce mi prese pei capelli
sgusciai come un'anguilla e corsi via
caddi, mi rialzai; dal naso sangue a fiotti
però correvo. Giunto sotto Portanova
lui era là ad attendermi. Col peso caro
delle fave, aggirai l'ostacolo ed a casa
stava parlando già col nonno mio.

Il nonno m'ha dato uno schiaffo
mi ha ammonito, non si fa.

Quando l'uomo, soddisfatto è andato
via il nonno guardandomi negli occhi
ha domandato: «quanti chili saranno?»

39

Sono ritornato alla cantina
ad ascoltar la radio clandestina.
Dice è stato firmato l'armistizio
un coro di voci dei presenti,
Dio cosa succederà! (9)

9) (Dalla 32 alla 39, sono state scritte dal 16 agosto alla proclamazione dell'Armistizio: 8 settembre 1943)

40

Da tre mesi mio padre non scrive
da cinque zio Giovanni. Mia nonna
piange e mia madre prega.

Nonno non parla più come una volta
tira con rabbia l'ago

e guarda in cielo.

Sulla finestra s'è posato un passero
il nonno posa l'ago e senza tema
allunga la mano, prende l'uccellino
gli da il mangime e sorride mesto:
«chi ciberà i miei due passerotti?»
Ha gli occhi lucidi
mentre mi stringe forte sul suo petto.
 
 
 
 

IL MONCO

Eri già

a metà strada da casa
una raffica
il braccio cadde
ai tuoi piedi.

Gridai

non so quali frasi
e corsi incontro al nemico.

Scattasti come una molla
divenne clava
il braccio
e nero di lividi
facesti
l'incauto nemico:

Così ti ricordo.
 
 

41

Tredici nemici si sono asserragliati
nel bosco a Forno Nuovo.

Tredici nemici hanno fatto strage:
è saltato Ponte Valentino,
cinquanta vacche, buoi legati al giogo
pecore, capre, più di centotrenta;
tutte gravide, in corpo ne avevan tre.
Il pastore, un ragazzo come me
trema come una foglia autunnale.

A Paduli si mangia carne
solo carne, senza pane

42

Uno dei tredici nemici è venuto in paese
e andato alla caserma dei carabinieri
il maresciallo l'ha sbattuto fuori:
è un ragazzo e non ha la barba!

Seduto sullo scalino di una casa
piange il nemico ancora imberbe.
Mi vede, mi afferra un braccio
gli occhi colmi di lacrime
implora un vestito, un vestito di papa!

Era ieri. Oggi alla «Centriera»
mentre andava verso Benevento
un caccia americano l'ha falciato.

L'hanno sepolto a Paduli
si chiamava Franz.
 
 

43

I nemici ora sono dodici
nascosti nelle grotte della Piana
sono affamati, stanchi, hanno paura.

E' giunta in piazza una camionetta
a bordo tre soldati americani.
Gli abbiamo detto che c'erano i nemici
soltanto dodici, affamati e stanchi...
Sono fuggiti! Al loro ritorno
erano in cinquemila, con cannoni
mitraglie e carri armati.

Si sono divertiti con la nostra fame
hanno approfittato delle nostre ragazze.

44

Sette chilometri di uomini
laceri, sporchi, scherzano
bruciando giganteschi pidocchi.

Li sfamiamo con noccioline e vino.

In mezzo c'è Gennaro, evviva evviva
il primo amico che ritorna a casa.

Ho undici anni due mesi
e undici giorni, io.
 
 

14 SETTEMBRE 1943

Interminabile colonna di carne
lungo le rive del Tammaro
in quei giorni di settembre.
Corpi, anime sozze
di pidocchi
di vergogna

occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.

Uno, ai piedi di una vite
in mano, un grappolo d'uva:
- Non voglio tornare a casa! -
e piangeva.

Fetore di pelle:
non pidocchi giganti
mangiano giovane carne
non mia;

vergogna morde l'anima:
eravamo duemila

due soltanto ci hanno disarmato:
non voglio vedere mio padre!

Occhi che non capivano
cercavano occhi vergognosi.

Dritto, sulla collina
si staglia verso il cielo
come accusatore:
uomo in grigio-verde
armato fino ai denti.

Stupore, meraviglia,
domande che si intrecciano
risposte non avute...
Michele era armato

non sapeva perché.
Fedele al giuramento
era tornato a casa
ai padulesi non più
da ebete, da eroe.

Occhi, che non capivano cercavano
tra carne putrefatta dai pidocchi
propria carne pieni di speranza.

Un grido che sapeva
di prima liceo,
una parola petrarchesca
scosse lo stupore, l'apatia:
             «Italia mia
              vengo a vendicar
              l'altrui vergogna!»

Ancora imberbe, armato di bastone
corse per lo scosceso pendio: gridò!.

Una scarica di mitra!...

Il volto di fanciullo
gli occhi innocenti
aperti verso il ciclo
il corpo inerte
ai piedi dell'ulivo
sembrano dire: BASTA!

Occhi che non capivano, i miei,
cercavano non vergogna...

Piansero, piangono
e gridano: basta.
 
 
 
 

A PORTANOVA, AL TRAMONTO (10)

A Portanova, al tramonto
dove il colle domina la valle
ci riunivamo.
Quella sera

Luigi Reparata ci disse:
«Parto. Vado marinaio...»
La cartolina rosa
mostrò orgoglioso
occhi raggianti:
primavera del quarantuno
quella sera!

Imberbe divenuto uomo
su racconti di eroi.

Lo rivedemmo passati tre mesi
lo sapemmo imbarcato sul «Giulio Cesare»!

Sua vita le lacrime della madre
su mani callose abituate
al rastrello

erba cattiva estirpare:
sano frumento non suo.

Suo volto occhi aridi cercano
inconsolato cuore
suo corpo glabro.

Eroe, giaci, dove?

Sulle mani callose
scrosci di lacrime
cuore inconsolato
tua madre.

Forse hai pianto prima di morire
imberbe divenuto uomo
su racconti di eroi.

                                            10) Scritta verso la fine di aprile 1945
 
 

SEGRETO RIMANE (11)

Segreto rimane
agli uomini
tuo ardimento.

Medaglie al valore
croci di guerra...

Ti rimandarono a casa.
Ora muori di fame.

11) Scritta nella primavera del 1946, il giorno in cui vidi Rocco Limongelli (decorato al valor militare), chiedere una sigaretta: non trovava lavoro. Poi, mi hanno detto, che nell'agosto del 1948 si arruolò volontario nel Corpo degli Agenti di Custodia)
 


FUORI IL BALCONE

Fuori il balcone, nel vaso grande,
il pesco che piantò mio padre
è alto, è più alto di me;
le foglie cominciano a cadere
mia nonna ha preparato un vestito nero
e piange. Il marito glielo strappa di mano
e lo butta, con foga, nel camino acceso.

Fuori il balcone, il pesco piantato
da mio padre, comincia a perdere le foglie
e i reduci a carovane passano per Paduli.
 
 
 
 
 

A TÈ NON BACIO’LA GLORIA (12)

Oh, no! A te non baciò in fronte
la gloria.

Il tuo giorno non finì
sul campo di battaglia
e mai codardo fosti.

Era il dieci
di quel lontano
eterno, presente
settembre.

Ella non ti volle
a Tobruck
non ti baciò
in Egitto

e non ti abbracciò
a Tripoli.

Ti attese sulla ferrovia
(sentivi l'odore di casa)
sotto la galleria:
...nelle pupille immobili
impressi i volti amati.
 
 

12) Scritta nel 1946. Per anni il ricordo di questo sfortunato padulese mi aveva tormentato (ancora oggi il ricordo mi stringe il cuore "come un limone senza succo", perché ero presente). Andavo ogni giorno alla stazione ferroviaria di Paduli (sette chilometri all'andata, sette al ritorno), nella speranza di veder scendere dal treno mio padre e mio zio Giovanni?
 
 

45

Uomini passano, a migliaia,
aggirano il nemico, per far ritorno a casa.
Sporchi, laceri, increduli
per terra seduti come mendicanti.

I camini di Paduli fumano tutti
in ogni casa preparano minestra
e pastasciutta. Un paracadutista,
catanese, trema ha la febbre alta:
un braccio e in cancrena
e non vuole fermarsi.
Un colpo in testa, a pugno chiuso,
non lo fanno mangiare, lo portano
dal medico condotto che gli recide
il braccio. Rimane a Paduli un bei tempo.

Mio nonno scrive lettere e non parla
lettere che rimangono mute, come lui.

46

Ritornano i reduci e mio padre?
l'hanno preso i nemici hanno detto;
una delle lettere ha parlato...
mio nonno lavora con più rabbia.

Il passerotto è ritornato alla finestra
il nonno piange ed è la prima volta.
 
 
 
 
 


PANE VERDE (13)

Giorno d'inverno, il sole ride
si corre per le strade allegramente
i reduci ora passano sporadici
qualcuno gioca con noi a nascondina.

Le massaie sono elettrizzate
dopo mesi, si chiamano allegre
gridano gioiose, accendi il forno;
anche mia madre è affaccendata
Lina l'aiuta, sta impastando il pane.

Peppino mi porta la notizia, con candore
per le strade, però, c'è uno strano odore.
Mi precipito al forno la bocca colma
d'acquolina: «un pò di pizza, mamma,
un pò di pizza». Questa è farina
che non conosciamo, il pane si è attaccato
dentro il forno. - Ma perché odora
di piselli? -

Proviamo a metter sotto le foglie di cavolo.

E' mezza giornata che aspetto e finalmente
mamma candida come la madonna
ci porge il pane tanto faticato:
è verde e puzza.

Per la prima volta ho bestemmiato.

Sono tornato a casa a tarda sera
stanco, ribelle, affamato;
mamma con calma certosina
mi porge il piatto per mangiare.

Ma!... E' polvere di piselli puzzolente
la stessa di cui era fatto il pane:

ho scaraventato il piatto dalla finestra
ho rotto anche il vetro e mamma piange.

Terrorizzato mi sono rifugiato
sotto la mia capanna a Valle d'Asino.
 
 

13) (Gli Alleati ci avevano portato farina di piselli e di fagioli. Le massaie di Paduli desiderose di impastare e vedere un forno acceso, impastarono questa farina e tentarono di fare del pane; ma la farina, oltre ad avere un odore sgradevole e il colore verde, non riusciva ad amalgamarsi e si attaccava sul pavimento del forno. Dopo vari tentativi, decisero di avvolgere la pasta in foglie di cavolo; ma quella "cosa" che chiamavano "pomposamente" pane, era immangiabile, più per l'odore che per il sapore. Ciò contribuì, però, a non far atroffizzare le mascelle).
 
 

47

Mamma ricama e vede sempre meno (14)
ha preteso a saldo del lavoro
solo grano o farina e le patate.
Il grano si deve macinare
il mulino è fermo, manca la corrente.
Aiutato da Peppino, con coraggio
andiamo a macinare alla «Palata».

E' voluminoso il sacco dopo macinato
uno con l'asino ci aiuta e porta la farina
fino alla «Taverna» ed è ancora lontano
da casa. Peppino, faccia tosta, impertinente
dai - dice - coraggio, cosi domani
mangeremo pane.

Abbiamo trainato il sacco nella polvere
quando siamo giunti a casa mamma
giuliva ci è venuta incontro.

Quando è andata per impastare e farci
un pò di pasta fatta in casa
ha impastato terra con le sue lacrime.
 
 

(14) Perché mangiassimo, finalmente, un po’ di pane fatto con farina di grano, mia madre si faceva pagare i lavori di ricamo, con grano e cereali. Quel giorno di gennaio del 1944, l'avevano pagata con 20 chili di grano. Non mi pareva vero! Ma il mulino elettrico non funzionava. Decisi di recarmi al mulino ad acqua, lontano dal paese circa 5 chilometri. Il sacco con il grano non era voluminoso e 20 chili, portati in spalla, non erano pesanti, o fastidiosi; e con l'aiuto di mio fratello Peppino diventava tutto più facile. Però non tenni conto (ero pur sempre un bambino, anche se avevo 12 anni) che il grano una volta macinato avrebbe aumentato il suo volume; per cui non era il peso, ma il volume che non ci permise di portare il sacco, in spalla, come per l'andata al mulino. Mia madre fece di tutto per eliminare la terra infiltratasi e mischiata con la farina, ma senza riuscirvi. Dio le lagrime che pianse!

48

Da due anni, mio nonno non parla
lavora con rabbia e scrive lettere...
Mio padre, perché non ritorna?
E zio Giovanni dove si è perduto?
Mio nonno scrive lettere e non parla!
 
 
 
 
 


NELLE ACQUE PROFONDE (15)

Nelle acque profonde
dolora

caro ai pescecani
corpo ventenne.

Cascate di lacrime
divoro nel tuo ricordo.

Si prodigò il fratello
ne porse in salvo dieci
lui rifiutò.

Era bello come
un giovane dio
principe azzurro
alle ragazze.

Luce di rettitudine
di nobiltà, di valore
suono al mio cuore.

Il tuo sacrificio
anonimo resta
nell'albo d'oro della Patria.
 
 

(15) Scritta nell'ottobre 1943, dopo circa due anni dalla morte di Poldino. «Il fratello...» è Rocco Limongelli che si prodigò nel salvataggio, dei naufraghi feriti (per questo era stato decorato al valor militare), ma Poldino, essendo stato ferito leggermente, rifiutò il soccorso, perché c'erano altri marinai che avevano maggiore necessità di aiuto; ma non tenne conto dei pescecani. Uno di questi se lo portò nel fondo del mare.
 


UN FITTO BISBIGLIARE

Un fitto bisbigliare m'ha svegliato
è notte fonda ed ogni tetto è bianco.
Sospiri, singhiozzi e poi...
due labbra, lievi, mi sfiorano la fronte:
«Ben tornato papa! Dove sei stato?»

Ho tredici anni cinque mesi ventun giorni!

E' tutto sporco, la barba incolta
e ai piedi scarpe che non hanno suole.
Un suono di campane e lui in ginocchio
è nato il Redentore Gesù Cristo!
 
 
 
 

MI CHIEDI (16)

Mi chiedi
quando
non ci saranno più guerre?

Quando l'uomo
cesserà di essere
animale razionale.

Quando l'uomo
non farà più parole.

Quando l'uomo
dimenticherà
la sua intelligenza
e ti stringerà la mano:
mano putrefatta
callosa
purificata
dalle sue lacrime.
 
 

16) Una domanda fatta da mio fratello, mi fece scrivere questa lirica. Papa era ritornato da due o tre giorni. Era il 27 dicembre 1945.
 
 
 


UN CORRERE (17)

Un correre, un bisbiglio frettoloso
nell'alba radiosa è primavera
il nonno giacca in bocca
scarpe slacciate corre per le scale
abbottonandosi la patta dei calzoni.

«E' ritornato! - dice - E' ritornato!
il cuccioletto e ritornato a casa!»

Pasqua giuliva, odor di biancospini!
 
 

(17) Pasqua 1946.
 
 

LE FAVOLE CHE CONOSCO (18)

Non saprò mai narrarti favole
Non conosco le fiabe
che tu vorresti ti narrassi.

Conosco le favole
di mostri d'acciaio
morte salvazione
portano

mimetizzate foglie
fiori primaverili
d'autunno
odio
amore

occhi lucidi tremanti
sorrisi, mani tese.

Le favole che conosco
sono queste
non t'interessano.
 
 

18) Rosaria voleva che le raccontassi una favola: le parlai della mia fanciullezza. Era un giorno d'estate del 1958.
 
 
 


IMPROVVISO (19)

Improvviso
inesorabile

come acqua gelata sulla pelle
arrossata dal sole di luglio
giunse il tuo male.
Ti fummo vicino.
Volesti che il medico
parlasse in tua presenza:
il medico non parlò!

Seguisti
il suo sguardo
come il viandante
i nostri
ansiosi:
nel Sahara
speranza d'acqua.

Un triste sorriso
sulle tue labbra esangui
aleggiò:
e fu il silenzio.

Con quel triste sorriso
finiva
la tua vita
in quel silenzio
ti riconciliasti con Dio.

Dopo sorridesti ancora
ma era sempre silenzio.
 
 

19) Scritta il 27 ottobre 1968 quando sapemmo che papà aveva un «carcinoma alla vescica» in stato avanzatissimo. Infatti è morto il 3 novembre dello stesso anno.
 
 
 


CANTO DI NOTTE (20)

Cantore notturno
che mi porti le note
di un antico verso
in questa notte di nostalgia:
non cantare quel verso.

Devo tornare? Ritornerò!
 
 

20) Scritta il 10 aprile 1948, due mesi dopo che mi ero trasferito a Napoli.
 
 
 


ISOLA DOVE NAVE (21)

Isola dove nave non approda
lambita
disgregata
dai marosi: mia vita.

Tromba marina
sommerge

quel lembo di terra
mia vita.

Guardo a Oriente
nel giorno che nasce
scruto...

bramo orme venire
all'approdo:
speranza di vita.
 
 

21) Scritta il 26 settembre 1940, il giorno che, a Napoli, vidi la prima volta il mare.
 
 
 


DOVE VAI UOMO?

Dove vai, uomo?
Non vedi che oscuri la luce?
Le tue ricerche!

Gli alberi le braccia penzoloni
il corpo chino la testa reclinata
le vesti corrose: rassegnati
                                  e stanchi.

I pesci rifiutano di vivere
nelle acque che hai sporcato
e cercano la morte volontaria.
Le frutta non hanno più sapore
le carni sono amare e il grano
non matura più a giugno.

Uomo, dove vai?

Il sole si è oscurato
le nubi non si muovono
più: hanno imprigionato
                          l'anima.

Le tue ricerche ti hanno portato
a costruire macchine e macchine.
Hai fatto dell'umanità un enorme
«computer» e non ti sei accorto
di essere tu stesso
una scheda perforata.

19 giugno 1973
 


UOMO, NULLITÀ' DEL CREATO

II vento passa tra i rami spogli
degli alberi uragano diventa.

L'Universo geme!

l'Uomo si credeva un gigante
forte contro ogni temporale
pronto ad arginare ogni diluvio.
Piange, ora, inutile e incapace;
trema come un fuscello al vento